Droolian

Album gemello del precedente, il nuovo capitolo “indipendente” di Cope scava ancora sul versante più intimo e sotterraneo del musicista, mettendo in sequenza altri bozzetti neo-psichedelici e dada-pop (Sqwubbsy), blip elettronici, dissonanze e rigurgiti anni ’60 (Unisex Cathedral, un po’ country e un po’ Shadows).

Rite 2

Di nuovo quattro brani strumentali ed esoterici, governati da mellotron e chitarre col wah wah, tra richiami ai “corrieri cosmici” tedeschi e certa trance dance eseguita però con strumenti “vintage”.

Interpreter

“Provengo da un altro pianeta, baby”, esordisce Cope nel pezzo di apertura, a scanso di equivoci. Il nuovo CD arriva nei negozi avvolto in una “mappa mitologica mentale” disegnata dallo stesso Julian, ma risulta decisamente accessibile. La tenera Planetary Sit-In rammenta persino il Billy Bragg più melodico e intimista, mentre S.p.a.c.e.r.o.c.k. With Me un bizzarro frammento d’opera pop che sembra resuscitare i vecchi Hawkwind.

The Followers Of Saint Julian

Demo (antecedenti al primo disco solista), remix, pezzi live, cover. Una bella ciliegina per i fan di Cope, che qui trovano una b-side pinkfloydiana (Transporting) e belle interpretazioni “garage” di I’ve Got Levitation (13th Floor Elevators) e Non-Alignment Pact (Pere Ubu), prima rintracciabili solo su singoli in vinile.

The Collection

BRAIN DONOR: Too Freud To Rock’n’Roll, Too Jung To Die (Brain Donor, 2003) &Stelle=2; 2CD in parte dal vivo. Sempre più “fuori” (di testa, e dal mainstream musicale), l’alieno di Liverpool pubblica un doppio della nuova band, Brain Donor, inciso per metà in studio e metà dal vivo tra il ’99 e il 2002: acid rock, Stooges, e una fragorosa versione di Atomic Punk dei Van Halen.

Jehovahkill

Il liverpooliano riprende il discorso da dove l’aveva interrotto (il brano finale si intitola Peggy Suicide Is Missing) e ai crimini delle religioni organizzate dedica il suo nuovo, urticante pamphlet. Manca forse l’urgenza febbrile del predecessore, ma il nuovo Cope agitatore di coscienze e fustigatore di costumi non ha perso affatto il tocco felice per la bella melodia (No Hard Shoulder To Cry On, Fear Loves This Place).

Rite Now

La serie prosegue assecondando i suoi rituali ormai consolidati: ancora quattro tracce, suoni chitarristici e sintetizzati, elettronica e funk alla Sly Stone, con un gruppo di sette musicisti uniti in cosmica improvvisazione.

Ye Skellington Chronicles

Il vecchio Skellington sta evidentemente a cuore al musicista, che lo ripubblica nella sua forma originale accoppiandolo ad un “sequel” inciso tre anni dopo. “Nastri del bivacco acido”, li definisce l’autore con linguaggio colorito: e in effetti un certo retrogusto americano affiora nel folk-pop di London Underground (con banjo in sottofondo) e negli arrangiamenti acustici di Electrical Stormgirl.

20 Mothers

L’uomo di Liverpool celebra la maternità e l’infanzia con 20 nuove canzoni, ancora divise in quattro fasi e simboleggiate, in copertina, da altrettante figure femminili. L’umore è decisamente “up”, ma il disco procede a singhiozzo: anche se Try Try Try ha l’esuberanza e l’appeal accattivante dei giorni migliori, ed è divertente Just Like Pooh Bear, vetero techno-pop alla Heaven 17/primi Depeche Mode.

Skellington

Cope stacca la spina, dimentica l’immagine pubblica e confeziona un disco “underground”, low budget ed acustico per spiegare chi veramente sia, usando vecchie registrazioni del 1985. Basterebbe, come documento di identità, l’eloquente Out On My Mind On Dope And Speed, ma c’è dell’altro: il divertito omaggio c&w di Robert Mitchum e lo stralunato doo-wop di Everything Playing At Once.

World Shut Your Mouth

Reduce dalla breve e caotica avventura con i Teardrop Explodes, il più grande talento pop (insieme a Ian McCulloch) della Liverpool anni ’80 sprizza scintille ed energia ipercinetica nel suo debutto solista. Risulterebbe sicuramente positivo all’antidoping, ma conta il risultato: undici pillole effervescenti, tra pop baroque (Sunshine Playroom sono almeno tre canzoni in una), ballate sontuose (Elegant Chaos, Head Hang Low), cocktail eccitanti di melodia e anfetamine (Kolly Kibber’s Birthday), con oboe ed archi a contendere alle chitarre il primo piano nel mixaggio.

Odin

La prima di diverse opere dedicate alla divinità vichinga si snocciola in una suite di 73 minuti senza soluzione di continuità ispirata ai “crop circles”, le misteriose figure geometriche che punteggiano la campagna inglese.

Saint Julian

L’abito fa decisamente il monaco, nel caso di Cope: che sulla copertina si presenta stavolta inguainato in tuta di pelle nera da motociclista. Le nuove canzoni sono in sintonia con l’immagine: veloci, sciabolanti, cromate. Ma poche, purtroppo, lasciano un segno sull’asfalto: giusto i nuovi, adrenalinici singoli World Shut Your Mouth e Trampolene.

Fried

“Fritto”, si proclama Julian nel titolo del nuovo album. E l’incredibile copertina, con il Nostro totalmente nudo sotto un guscio di testuggine, lo sguardo fisso a rimirare un camion giocattolo in una landa desertica, non lascia dubbi: siamo di fronte a un nuovo Syd Barrett, un grande eccentrico in preda a deliri (fortunatamente) creativi. Oltre che se stesso, Cope spoglia anche la musica in una sequenza dominata da ballate acustiche, pigre e accecate da una luce strana (Laughing Boy, Me Singing, Search Party). Quando raffredda la mente, tira fuori un irresistibile pop hit virtuale (Sunspots); quando si scalda, scodella Reynard The Fox, epico folk rock con una folle coda in chiave psico-country&western: alzando di molto, nel frattempo, l’asticella della neo-psichedelia anni ’80.

Floored Genius 2: Best Of The BBC Sessions 1983-91

Le session per John Peel, Richard Skinner e gli altri celebri disc jockey dell’emittente pubblica inglese propongono un Cope sempre in gran spolvero. È l’occasione per gustare anche pagine minori del repertorio (Hey High Class Butcher, sussurrata e tenebrosa; i deliri elettrici di 24ú. Velocity Crescent, dove Cope snocciola i titoli di classici psichedelici in sequenza) e una sconvolta Soul Medley che rende omaggio a Funkadelic (Free Your Mind And Your Ass Will Follow) e Mothers Of Invention (Are You Hung Up?).

Rome Wasn’t Burned In A Day

Il ritorno di Cope alla forma canzone si celebra con qualche bagliore della antica gloria: soprattutto in The-Way-Luv-Is, motivo ipnotico e ripetitivo appoggiato su cristalline chitarre acustiche, mentre altrove affiora l’eredità psycho-garage dei Brain Donor. Nelle prime copie, un bonus CD di artisti vari selezionati dal musicista per partecipare ad un omonimo festival.

L.A.M.F.: Ambient Metal

L’ultima follia di Cope e compagni è un gruppo heavy (senza batteria!) che prova a reinventare il genere cucendo arazzi elettronici intorno alle distorsioni di chitarra. Musica “glambient”, secondo l’autore, che si ispira ancora a miti celtici, preistorici e del Romano Impero.

QUEEN ELIZABETH: Queen Elizabeth

Insieme al fedele collaboratore Thighpaulsandra, il folle Julian dà alle stampe una suite elettronica in due brani (da 30 minuti l’uno) per celebrare a suo modo il compleanno del Principe Carlo. I Tangerine Dream sono dietro l’angolo, il talento pop messo momentaneamente in soffitta.

Floored Genius 3

La seconda raccolta antologica curata personalmente dal musicista serve a ricomporre outtakes, versioni alternative e pezzi live accumulati nei cassetti tra il 1978 e il 1998. A fine anni ’70 risale una stravolta versione della Satisfaction degli Stones, incisa all’epoca con il Teardrop Explodes Paul Simpson e con il chitarrista di Echo & The Bunnymen, Will Sergeant.

An Audience With The Cope

Souvenir da una serie di conferenze che il neo-druido di Liverpool ha tenuto negli ultimi due anni sui suoi studi archeologici: cinque soli brani tra pop (con le sue sezioni di ottoni, Holy Mother Of God sembra una outtake dal primo album solista) ed eccentricità (Ill Informer).

My Nation Underground

La casa discografica sembra voler spingere il lunatico Julian sulla strada maestra del pop, occultandone il lato più pazzoide e imprevedibile. Ma i blandi arrangiamenti techno-pop del nuovo disco non gli rendono giustizia: il talento del musicista vi affoga, con qualche sporadica eccezione (China Doll).

Peggy Suicide

Madre Natura è in pericolo, la poll tax di Margareth Thatcher manda in rovina il proletariato inglese, inquinamento e Aids avvelenano bronchi e menti, e Cope risponde alle nuove emergenze con il suo disco più “politico”. Il suo urlo proto-no global e neo-hippie si propaga lungo 18 canzoni raggruppate in quattro “fasi” e mai, prima, la sua galassia musicale era stata più composita: Pristine, in apertura, rimanda ai tempi di Fried; East Easy Rider e Soldier Blue strizzano l’occhio a “Madchester” e alla dance rock di Stone Roses e Happy Mondays; Hanging Out & Hung Up On The Line risfodera brucianti psyco-riff alla Rocky Erickson, Safesurfer snocciola in otto minuti la sapienza acid-pop dell’autore e Double Vegetation evoca i Doors per parlare, con inquietante premonizione, di nuove guerre di religione.

JULIAN COPE & DONALD ROSS SKINNER: Rite

Insieme al suo alter ego musicale preferito (chitarrista e tastierista), l’ex Teardrop Explodes compone la sua prima mini-sinfonia ritual-lisergica ispirata ai siti preistorici britannici cui dedica da anni una proficua attività di studio. Kraut-rock tedesco (un’altra delle sue passioni dichiarate), psichedelia Sixties, avanguardia elettronica e funk (Cherhill Down) finiscono tutte nel calderone: interessante, ma solo per adepti al culto di “Cope l’arcidruido”.