Womblife

Un altro disco scontroso, sulfureo, fatto di cinque lunghi brani con una chitarra dai bordi spesso taglienti, grezza, scorticante. Registrazione e produzione ancora di O’Rourke. L’ultimo brano, Juana, è un tentativo non pienamente riuscito (forse non pienamente convinto) di ritornare al dolce mondo di un tempo.

Death Chants, Breakdowns & Military Waltz

Anche quest’album ha una travagliata storia discografica; registrato una prima volta nel 1963, pubblicato in due spartane edizioni e poi con una favolosa copertina psichedelica nel 1967, ri-registrato nel 1968 per scrupolo e perfezionismo. Fahey è una vivente enciclopedia di blues, folk e inni religiosi, ma solo di rado cita direttamente le fonti; preferisce usarle come colorati fili per i suoi tessuti musicali di sola chitarra, con un gusto delicato ed elegante. Fra i titoli, America e la fantasiosa Dance Of The Inhabitants Of The Palace Of King Louis XIV. Anche qui un’edizione CD (Takoma, 1999 &Stelle=4;) raccoglie tutte le diverse registrazioni.

The Yellow Princess

Secondo e ultimo album per la Vanguard. Prende il titolo da una composizione di Camille Saint Saens ma nella mente di Fahey “la principessa gialla” diventa una donna fantastica della sua giovinezza. In repertorio le deliziose Lion e Irish Setter, un omaggio a Martin Luther King e un breve “concerto per chitarra, ponte che canta, controfagotto elettrico e vecchio giradischi”. In Dance Of The Inhabitants Of The Invisible City Of Bladensburg Fahey suona eccezionalmente in quintetto, con tre musicisti del giro Spirit e Kevin Kelley.

Days Have Gone By

Il primo capolavoro. Fahey espande i suoi interessi oltre il mondo della musica tradizionale americana e piega la sua “american primitive guitar” come ama definirla, ad ascoltare altre voci straordinarie: echi di musica indiana, la vaga foschia del mondo dei rumori. Tutto culmina nei due intensi episodi di A Raga Called Pat. La prima edizione in vinile conteneva un bellissimo libretto di sogni e deliri Faheyani, con un’appendice finale di puntigliosa storia del repertorio, brano per brano.

The Dance Of Death & Other Plantation Favorites

Uno straordinario talento, una fantasia inesausta ma anche pochi mezzi e l’indifferenza dei più. Così Fahey registra il suo terzo disco in un piccolo studio di Silver Spring, Maryland, con una chitarra di fortuna avuta in prestito che si rivela difficile da maneggiare; non a caso quando pubblicherà l’edizione su CD (Takoma, 1999, con quattro bonus), Fahey prenderà le distanze non tanto dal repertorio quanto dalla sua esecuzione. Al di là delle personali critiche è un disco di transizione, con il consueto intreccio di temi diversi presi in prestito soprattutto dal mondo del blues arcaico, il territorio più amato.

The Transfiguration Of Blind Joe Death

Torna l’alter ego di Fahey e non a caso la prima edizione recupera l’etichetta dell’esordio autoprodotto nel 1959; subito dopo, comunque, il disco entra come gli altri nel catalogo Takoma. Brani più brevi, fra tradizione e cronaca di vita (Fahey ama dedicare i suoi titoli a fidanzate, amici e luoghi visitati o immaginati). Non manca una citazione da Charley Patton, il venerato maestro di blues che Fahey ha studiato nella sua tesi di laurea all’UCLA (nel 1970 uscirà in volume); ma anche l’inno di San Patrizio e, così, per divertimento, Bycicle Built For Two.

I Remember Blind Joe Death

In uno dei momenti più cupi della sua esistenza, Fahey recupera dalle spiagge della giovinezza il suo alter ego Blind Joe Death. Non è di grande aiuto, anche perché la salute non sorregge il talento e molti brani riescono rallentati, con una strana aria onirica. Citazioni di standard (Gershwin, Let Me Call You Sweetheart), pezzi brevi, solo un’improvvisazione in Mi minore si dilunga oltre i 7 minuti.

Rain Forests, Oceans And Other Themes

Un altro album della “serie Robb”, dove Fahey si mostra in varie posizioni; da solo, in duo, perfino in quartetto con una tastiera elettronica Yamaha. Confusione, velleità, incertezze. In repertorio c’è di tutto: anche una Samba de Orfeo, una citazione dall’Uccello di fuoco e un medley che accosta Hendrix al detestato Jerry Garcia.

Old Fashioned Love

La Reprise non cambia approccio, per loro Fahey è sempre dispensatore di good vibrations in una nostalgica lingua d’altri tempi e leader di una orchestra pop jazz. È l’ultima volta, però, e l’artista riesce a muoversi con più fantasia e a rompere il quadro: così anche un inno hindu, Jaya Shiva Shankarath, e una ripresa di Keep Your Lamps Trimmed And Burning, qui accreditata a Fred McDowell. Tra gli originali, una Assassination Of Stephan Grossman dedicata a un “nemico di chitarra” (che puntualmente risponderà con una Assassination Of John Fahey), e una Dry Bones In The Valley ripresa molti anni dopo da Jim O’ Rourke con i Gastr del Sol.

Old Girlfriends & Other Horrible Memories

Un disco a tema che in effetti mancava; la cronistoria fantastica della vita sentimentale di Fahey, nel segno dell’illusione, del disamoramento, del tormentato ricordo. Passionale, sarcastico, cinico, come il personaggio. Duetti con Robb e Melody Fahey, e un repertorio che volentieri si abbandona agli oldies sentimentali dei ’50: Sea Of Love, Blueberry Hill, Don’t.

America

In uno dei momenti di maggior ispirazione della sua vita, John Fahey progetta un doppio album da intitolarsi America. Alla fine delle registrazioni giudica il disco troppo lungo, temendo che un doppio LP sia un suicidio commerciale. Così leva ben 9 brani, lasciando solo due lunghi strumentali (Mark 1:15 e Voice Of The Turtle– imperdibili) e due miniature di contorno. Nel 1998 per fortuna l’album viene ripristinato su CD nella lunghezza originaria; si possono così ascoltare le versioni Faheyane di Amazing Grace, Special Rider Blues di Skip James e del terzo movimento della ottava sinfonia di Dvorak, oltre a una serie di emozionanti originali. “Era un capolavoro in origine, ora è un doppio capolavoro” — per una volta, le note non mentono.

Red Cross

Al momento della morte Fahey stava lavorando a questo disco per la sua nuova etichetta Revenant, che amorevolmente raccoglie le carte disperse e pubblica l’album postumo, in una bella edizione che riprende il gusto per gli allegati fantastici degli album Takoma — purtroppo stavolta l’autore non è Fahey ma l’amico Glenn Jones, che consegna ai posteri una sentita orazione funebre. Un album intenso e commovente, via da ogni virtuosismo verso la pura emozione, con una nuda chitarra lasciata ampiamente risuonare. “In pace con il passato e il presente”, Fahey riprende Irving Berlin, Summertime e Motherless Child, ma ci incanta soprattutto con un paio di originali; la dolce Ananaias e il “senza titolo con pioggia” che con passo pacato, su un bordone di organo e basso, chiude il disco (ma dopo c’è una misteriosa ghost track).

Live In Tasmania

Non è una fantasia ma semplicemente la verità; il primo live della storia di John Fahey è un essenziale show nella lontana isola australe, con alcuni pezzi forti dell’artista, una versione di Waltzing Matilda e vari adattamenti “indigeni”. Anche una “dissertazione parlata sull’oscurità per stabilire rapporto con il popolo tasmaniano”.

Of Rivers And Religion

La fama di Fahey attira la Reprise, in un momento di grande apertura dell’etichetta verso le “nuove musiche”. Ne viene un contratto per tre album, che dà risultati controversi perché l’artista viene convinto ad abbandonare la strada del “solo chitarra”. Qui per esempio una raccolta di originali, tradizionali e standard (una citazione di Ol’ Man River) con una band acustica di banjo, chitarre e clarinetto in cui spicca il vecchio Kaleidoscope Chris Darrow.

The Great San Bernardino Birthday Party And Other Excursions

Le escursioni sono solo apparentemente geografiche, nel profondo della provincia californiana; in realtà sono viaggi nella mente, senza additivi, con il solo aiuto di una chitarra acustica come sempre. L’affascinante title track dura 19 minuti; intorno una corona di pezzi più brevi, fra cui una versione di Will The Circle Be Unbroken e una “escursione di chitarra nell’ignoto” che vale come motto dell’intero album e forse di tutta la produzione dell’artista. In un brano fa capolino l’amico Al Wilson dei Canned Heat.

City Of Refuge

Dopo anni di pausa, meglio messo in salute, Fahey ritorna con l’aiuto del chitarrista Jim O’Rourke, che lo propone come mitico eroe alla generazione della nuova avanguardia e del post rock. È un ritorno con le radici nel passato (ricorre ancora la sigla Blind Joe Death) ma un nuovo sguardo alle cose. Fahey rinnega le opere giovanili, in cui ha cercato di suonare “bello e bene”, e usa la chitarra come una lama tagliente in un agitato paesaggio rumoristico. Un’opera spaventosa e affascinante, che culmina in un brano intitolato emblematicamente “sulla morte e sbudellamento della New Age”.

Yes! Jesus Loves Me

Fahey ha sempre frequentato gli inni religiosi ma, a parte i vari dischi natalizi, non aveva mai pensato a una raccolta organica come questa. Brani celebri come Oh Come, Oh Come Emmanuel o l’inno di San Patrizio accanto a oscuri spiritual, con mano ferma e gusto non oleografico. “Cristo non è carino“, è spiegato nelle note con schietta lingua Faheyana.

After The Ball

Una copertina che imbarazza e la scritta inquietante “John Fahey & His Orchestra” introducono quest’album in cui il poeta delle città invisibili e di donne misteriose diventa un maestro di cerimonie rétro, nel segno del Dixieland e di una certa musica da ballo degli “anni ruggenti”. Un fantastico equivoco che naturalmente non fa breccia presso il grande pubblico e scontenta gli innamorati fan, anche se Fahey giura di divertirsi. Sempre Darrow fra gli accompagnatori, e una vecchia gloria di New Orleans, Joe Darensbourg, a suo tempo collaboratore di Louis Armstrong.

Let Go

Fahey è in un periodo di crisi, la sua vita sta andando a pezzi e la salute è malferma. Quest’album è lo specchio del momento, con vecchie idee riprese come i temi delle sinfonie di Dvorak e ambigue avventure verso il “nuovo” come Layla (sì, proprio la canzone di Derek & The Dominos). Ancora in duetto con Terry Robb.

John Fahey Visits Washington D.C.

Un album dimenticato ma bello, con sei brani per lo più originali (ma Guitar Lamento è di Bola Sete, uno dei maestri preferiti da Fahey). In Silver Bell ancora Richard Ruskin come seconda chitarra. Ann Arbor è intessuta in medley con Death By Reputation di Leo Kottke, giovane e promettente allievo che purtroppo non manterrà quanto promesso agli inizi.

JOHN FAHEY & CUL DE SAC: The Epiphany Of Glenn Jones

Sempre più stravagante, con una formazione di contemporanea che dedica largo spazio all’improvvisazione. Un intreccio di nastri, campionamenti elettronici, chitarre acustiche, Robert Johnson e “legumi versati sulle corde di quattro chitarre, ognuna con una sua diversa accordatura aperta in Sol” (è uno dei procedimenti preferiti da Glenn Jones, leader e chitarrista dei Cul de Sac).

The Voice Of The Turtle

Con un titolo trasfigurato fantasticamente dalla Bibbia, Fahey propone una serie di “duetti” in realtà con i suoi vari alter ego, combinando i consueti elementi con un grado d’ispirazione però elevatissimo. Continua con due altri episodi la saga di A Raga Called Pat e si estende la galleria delle donne che ispirano la sua chitarra e tormentano la sua vita — l’ultima si chiama Dorothy Gootch. Un’altra ossessione ricorrente sono le strade ferrate, qui evocate in Train. Le registrazioni sono del 1966.

God, Time & Casuality

Un altro album di riscritture e ricordi giovanili, volentieri annodati in forma di medley, presentato come “la versione definitiva, nel senso dell’ultima e migliore, della American Primitive Guitar — ci sono voluti trent’anni a produrlo”. I brani in effetti sono tra i più belli: Lion, il requiem per John Hurt, Revelation. Il titolo “è uno scherzo da un classico della filosofia moderna”.

Blind Joe Death

Chitarrista autodidatta nato a Cecil County ma cresciuto a Takoma Park, Maryland, John Fahey inizia a farsi conoscere nel 1958 con alcune incisioni per l’etichetta Fonotone, dove mescola curiosamente l’amore per il blues e per vecchi temi religiosi con i suoi interessi filosofici. Nel 1959 pubblica il suo primo album in una edizione privata di 100 copie, di cui 5 si guasteranno; il disco è accreditato a un bluesman di fantasia che Fahey usa come alter ego. Con gli anni l’artista tornerà più volte su quel repertorio, non contento del risultato iniziale. Del 1964 è una ristampa con modifiche per la sua etichetta Takoma (un omaggio agli anni giovani); del 1967, sempre per Takoma, una vera e propria riesecuzione di tutti i brani meno uno. Nel 1996 esce su CD una The Legend Of Blind Joe Death (Takoma &Stelle=4;) che raccoglie i brani delle diverse edizioni. In repertorio fra l’altro un celebre inno religioso come “In Christ There Is No East Or West”, che diventerà forse il suo tema più celebre, due classici come John Henry e St. Louis Blues e The Trascendental Waterfall, primo esempio di lungo strumentale con intreccio di temi diversi, su cui Fahey modellerà alcune delle sue composizioni più felici.