(Refugee Camp) Bootleg Series EP

Otto tracce estratte dai due dischi precedenti e remixate ad uso e consumo dei fan più accaniti. Un prodotto da club, e quindi di “nicchia”, che recupera le radici rap più genuine del gruppo prima del repentino scioglimento e delle successive prove soliste.

WYCLEF JEAN: The Ecleftic: 2 Sides II A Book

Che sia eclettico, l’ex Fugees, non ci sono dubbi. Nei suoi alambicchi musicali mescola questa volta anche il vocione country di Kenny Rogers (alternato al rap di Pharoahe Monch) e un campionamento di O sole mio (dentro a Pullin’ Me). Ma fa di meglio quando duetta con Mary J. Blige (911, ballata intensa e d’umore malinconico) e con Youssou N’Dour (in Diallo, efficace pezzo di denuncia ispirato dallo stesso tragico episodio di cronaca che spinse Springsteen a scrivere American Skin).

WYCLEF JEAN: Masquerade

Al terzo disco solista, Wyclef si fa schiacciare (come il cugino Pras) dalla voglia di strafare. Si cimenta (con scarso successo) con la dylaniana Knockin’ On Heaven’s Door, rinnova la collaborazione con Tom Jones (di cui ha prodotto un album) con una claudicante ripresa di What’s New, Pussycat?, e risolleva un poco le sorti con l’r&b di Two Wrongs (ospite Claudette Ortiz dei City Highs) e Oh What A Night, accattivante ritmo Motown.

Blunted On Reality

Wyclef e Prakazrel “Pras” Michel, cugini del New Jersey di origini antillane, condiscono di ritmi caraibici, “ganja” e toasting giamaicano il loro rap metropolitano, duro, socialmente consapevole ma lontano anni luce dagli eccessi gangsta (Nappy Heads, Recharge). La loro carta in più è la vocalist Lauryn Hill, tosta e aggraziata al tempo stesso.

WYCLEF JEAN: The Preacher’s Son "

Il prolifico musicista torna (parzialmente) alle radici, recupera spazio all’hip hop e limita le incursioni in area pop. Gioca anche un po’ a nascondino, lasciando molto spazio al solito squadrone di ospiti, che include stavolta Carlos Santana, Patti Labelle (nel soul di Celebrate), Missy Elliott (una Party To Damascus dai sentori adeguatamente mediorientali), il reggae man Buju Banton e i rapper Redman e Scarface.

PRAS: Ghetto Supastar

Affiancato dal collettivo Refugee Camp (con Wyclef e Canibus), il meno loquace dei Fugees mette troppa carne al fuoco in un disco che si apre e chiude con evocazioni di musica sacra (Hallelujah, Amazing Grace). Ne esce una proposta un po’ pasticciata e senza baricentro, nonostante la gradevolezza del pezzo che intitola il disco (un successo), i tanti accenni ai classici (James Brown, Saturday Night Fever) e un battaglione di vip ospiti in studio (tra i tanti: Elton John, Elvis Costello, Sting, Mike Tyson e persino Donald Trump).

LAURYN HILL: MTV Unplugged N. 2.0

Accompagnata quasi esclusivamente dalla sua chitarra acustica, la Hill reagisce alle pressioni dello star system mettendo in scena una sorta di psicodramma in musica: autobiografico, polemico (Mr. Intentional) e sincero fino alle lacrime (I Gotta Find Peace Of Mind). Tutte le canzoni sono nuove, a dispetto della formula “unplugged”: con l’eccezione di due cover, una delle quali (So Much Things To Say) esplicita il forte debito di riconoscenza nei “confronti della musica e dello spirito di Bob Marley.

WYCLEF JEAN: Presents The Carnival Featuring Refugee Allstars

Logorroico come d’abitudine, Wyclef si dimostra però un vulcano di idee nel primo album solista (si fa per dire…) ispirato alle allegorie carnevalesche. Infarcito di riferimenti culturali e musicali (Soul Makossa, il Concerto Per Una Voce di Christian Langlade, Stayin’ Alive dei Bee Gees rielaborata in versione hip hop), l’album cerca evidentemente di capitalizzare la formula dei Fugees (Guantanamera in duetto con Celia Cruz) ma rivela anche genuino desiderio di ricerca artistica in ballate come Gone Till November, nel reggae d’assalto di Jaspora e nel rilassato folk caraibico di Yelé. Avesse usato di più le forbici…

The Score

Un album-architrave nella evoluzione dell’edificio hip hop. Il sound diventa più morbido e melodico, frutto di un saporito melting pot musicale che farà scuola (Ready Or Not, Fu-Gee-La). Dopo i Fugees, tutti impareranno ad appropriarsi del catalogo storico pop, rock, soul e dance per riaggiornarlo in chiave ragga e rap: il trio fa centro soprattutto con No Woman No Cry (cantata da Wyclef) e con la Killing Me Softly di Roberta Flack, che la Hill trasforma in un pop soul moderno, sottilmente innervato da ritmi e pulsazioni à la page. Ma è in tutto il disco che si respira un’aria nuova: capace di conquistare anche il pubblico bianco senza scendere a compromessi con la comunità “black” di riferimento.

LAURYN HILL: The Miseducation Of Lauryn Hill

La graziosa e grintosa vocalist ruba la scena agli ex compagni con un disco caleidoscopico e sofisticato che espande gli orizzonti sonori del disciolto trio all’intero spettro della black music. Oltre ai Caraibi e al rap militante di Lost Ones c’è spazio per l’r&b di Doo Wop (That Thing), il gospel di To Zion, il funk di Every Ghetto, Every City e la ballata pop, nel brano che intitola il disco e nella bella cover di Can’t Take My Eyes Off Of You (Frankie Valli): senza mai snaturare il profilo di “artista da strada” né la vis polemica della Hill, che segna in questo modo la strada per molte star nu soul e hip hop a venire.