Revelling/Reckoning

Strabordante di idee da fissare su nastro, la DiFranco si misura, per la prima volta in studio, sulla doppia distanza: un disco (Revelling) è dedicato a nuove perlustrazioni in territori folk rock e "black", un altro (Reckoning), scarno e suonato in sordina, rimanda quasi un’immagine da "sophisticated lady" jazz/blues. Ballate solide come Rock Paper Scissors, divertissement danzabili come What How When Where (Why Who) o il country nostalgico di Sick Of Me valgono ascolti ripetuti: ma certo qualche taglio in fase di montaggio avrebbe giovato al risultato finale.

So Much Shouting, So Much Laughter

La (ex?) folk singer di Buffalo documenta con un doppio CD la svolta jazz-funk impressa alle sue più recenti esibizioni dal vivo. Cavalli di battaglia, rarità di catalogo e qualche inedito allestiscono uno show pulsante e un po’ caotico, vibrante ma confuso. Nell’abbondante menù è incluso anche il secco rap anti-Bush scritto dopo la tragedia dell’11 settembre 2001, Self Evident.

More Joy, Less Shame

Ani spezza un altro tabù del folk establishment, sottoponendo le sue canzoni alla centrifuga dei remix: dei sei pezzi in scaletta, quattro sono versioni dance e destrutturate di Joyful Girl (dal disco precedente), con l’aggiunta di un remix di Shameless e di una Both Hands dal vivo con l’Orchestra Filarmonica di Buffalo, inclusa anche nel successivo Living In Clip.

Dilate

Ani è cambiata: non tanto nel linguaggio crudo ed esplicito (un sonoro "fuck you" incornicia il refrain di Untouchable Face, mentre Superhero e Napoleon riprendono il filo del discorso sul tema di ego e corruzione mercantile), quanto nella spregiudicatezza musicale. Se Shameless sembra un omaggio a James Brown con chitarra acustica e Outta Me Onto You svela un’insospettata ferocia di stampo nu metal, il vero spiazzamento arriva con una rielaborazione in chiave elettronica/trip hop della celeberrima Amazing Grace: molto più vicina ai Portishead che a Woody Guthrie.

Educated Guess

Sempre più autarchica, la self made woman di Buffalo suona, mixa, produce e registra in perfetta solitudine (su un vecchio otto piste analogico), intessendo scampoli di folk, jazz, funk e "street poetry" per riflettere ancora su temi personali (Origami, Swim) e preoccupazioni collettive (il recitato di Grand Canyon, l’invettiva di Animal indirizzata ai nuovi padroni dell’America). Rarefatto, ma anche ostico e a tratti involuto: solo in qualche episodio (l’impetuosa Bubble su tutte) si riascolta la lingua franca e diretta degli esordi.

Out Of Range

Il pezzo che intitola il disco, servito in doppia razione, incarna i nuovi propositi dell’artista: fedele alle origini (la versione acustica) ma vogliosa di mettere il naso fuori dalle coffeehouse e dal circuito folk (il suo alter ego elettrico). Il resto del programma è altrettanto eloquente nel segnalare il cambio di marcia: basso e batteria sviluppano i muscoli di ballate taglienti come Buildings And Bridges e Letter To A John, una sezione fiati garantisce credibilità all’r&b di How Have You Been, The Diner aggiorna il cantautorato urbano con umori blues e scansioni hip-hop. E la DiFranco, uscendo dal ghetto, diventa anche un caso discografico nazionale.

Evolve

Ani porta in sala di incisione l’ensemble allargato dell’ultimo tour per uno degli album più ritmati della sua produzione. La penna, forse appesantita dall’iperattivismo, ha qualche battuta a vuoto (Serpentine è prolissa), ma l’infatuazione "black" dell’ultimo periodo porta altri frutti saporiti: il bebop di O My My, le armonizzazioni vocali di Slide, i bei fraseggi chitarristici di Phase e la fusion discreta di In The Way.

Little Plastic Castle

È il periodo più fertile della carriera dell’artista, che fa a pezzi altre convenzioni nel disco (fino a quel momento) più ambizioso e "prodotto" del suo catalogo. Per metà circa del programma (Fuel, Loom, Two Little Girls) la DiFranco resta fedele al suo stile classico, riservandosi tuttavia numerose occasioni per esplorare nuove strade: il suono "New Orleans" della title track (completa di piccola "marching band" fiatistica), il funk/jazz raffinato e avant garde di Deep Dish, il rock mainstream di Glass House, il carillon elettronico di Pixie e il flusso di coscienza di Pulse, oltre 14 minuti di trance sonora punteggiata dalla tromba eterea e vaporosa di Jon Hassell. Il disco avrà un’appendice l’anno successivo, Little Plastic Remixes (Righteous Babe, 1999 &Stelle=2;), disponibile solo in formato vinile.

Puddle Dive

Il disco che chiude la prima fase di carriera, quella più autenticamente folk e artigianale, non propone grosse novità ma alcuni dei pezzi migliori del già ricco catalogo: come l’anfetaminico country & western di Egos Like Hairdos (un quadretto spietato su invidie e colpi bassi dell’ambiente musicale) e la rabbia implosiva di Willing To Fight. Fa scalpore Blood In The Boardroom, protagonista una manager alle prese col suo ciclo mestruale.

Up Up Up Up Up Up

Ani procede imperterrita e a spron battuto, ma sembra aver perso un po’ della comunicativa degli esordi: le sue nuove canzoni, nate dall’improvvisazione in studio, risultano spesso ispide nella loro natura destrutturate. Sempre lucidi e penetranti i testi, invece: come nell’iniziale ‘Tis Of Thee, doloroso e amaro discorso sullo stato della nazione americana.

Imperfectly

Attorno alla DiFranco cresce già un piccolo culto, e l’interessata risponde con I’m No Heroine, dichiarazione onesta e disarmante di deviante "normalità" fedele all’antica etica punk. Il neo folk crudo e schizzato resta al centro del suo universo sonoro, dove il ritmo della narrazione (What If No On’s Watching, In Or Out) conta quanto i contenuti (l’amara ballata di emigrazione Every State Line).

Not So Soft

"One woman band" con una verve spiritata, la giovane cantautrice replica il copione del suo originalissimo debutto: strappi e singulti scandiscono l’incalzante Anticipate, mentre la title track gioca su un dialogo tra voce e percussioni per introdurre un’ulteriore variante rispetto ai canoni consueti della canzone urbana di matrice folk.

UTAH PHILLIPS & ANI DiFRANCO: The Past Didn’t Go Anywhere

Il folk singer e poeta vagabondo Utah Phillips è uno dei modelli ispiratori della cantautrice, che incornicia i suoi reading e le sue storie di strada su uno sfondo di ritmi trip-hop, arpeggi acustici e pennellate ambient. Suggestiva "spoken word", che richiede naturalmente buona conoscenza della lingua inglese per essere apprezzata appieno.

Not A Pretty Girl

Sull’onda del precedente trionfo artistico, Ani sforna nuove canzoni con la consueta generosità e a ritmi insoliti per il music business. È una scelta che comporta pro e contro: perché se molti sono gli episodi da incorniciare (la quieta 32 Flavors, le convulse Shy e Cradle And All) a tratti emerge invece una certa, e forse inevitabile (in tanto scrivere), ripetitività. L’episodio più curioso è Tip Toe, recitativo in bilico tra Allen Ginsberg e Patti Smith.

Living In Clip

La DiFranco ha scoperto l’elettricità (il titolo fa riferimento ad un termine gergale che descrive gli amplificatori in sovraccarico) e ne fa buon uso nell’arco di una lunga tournée in club e teatri statunitensi. Il palco è il suo habitat naturale, e i suoi due accompagnatori (la bassista Sara Lee e il batterista Andy Stochansky) assicurano un’ammirevole flessibilità strumentale trasportando Not So Soft su lidi caraibici e la spettrale Every State Line dalle parti del Nebraska springsteeniano. Eccellente anche l’allora inedita Gravel, mentre l’orchestra sinfonica di Buffalo vernicia di colori epico-classicheggianti alla Aaron Copland le nuove versioni di Both Hands e Amazing Grace.