Open

Il disco più energico e psichedelico dei canadesi, magmatico, tenebroso e zeppo di chitarre acide (Dragging Hooks, Dark Hole Again, già offerta in anteprima in concerto). Ma ci sono anche ballate maestose (Bread And Wine) e celestiali (Beneath The Gate), e un sorprendente riff rubato agli Allman Brothers (I’m So Open).

Lay It Down

Lo scatto in bianco e nero in copertina preannuncia il ritorno ad un minimalismo sonoro che prende sovente la piega di un rock elettrico e nervoso (Common Disaster) speziato di aromi psichedelici e in odor di Velvet Underground (l’ipnotica title track). Ma ci sono anche archi e violini, squarci di sole (Come Calling) e ballate intimiste nella miglior tradizione (Bea’s Song), in questo disco spesso ingiustamente sottovalutato.

Whites Off Earth Now!

Dal vivo in studio, e con un solo microfono in dotazione, quattro canadesi di pelle bianca espongono la loro idea, rarefatta e subliminale, del blues nero-americano: ai classici del genere (John Lee Hooker, Robert Johnson, Lightning Hopkins, Bukka White) aggiungono una versione di State Trooper (dal Nebraska di Bruce Springsteen) che suona persino più sinistra dell’originale.

Waltz Across America

Un altro disco venduto sul sito della band annota diligentemente le tappe del tour più lungo e ambizioso dei Junkies, a cavallo tra il ’99 e il 2000. La formazione allargata consente maggiore attenzione al dettaglio sonoro, il repertorio è trattato ormai con estrema confidenza e denota la maturità raggiunta sul palco.

In The Time Before Llamas

Altri reperti dagli archivi BBC, che questa volta ispezionano due concerti inglesi del ’90 e del ’92. Accanto ai quattro Junkies originali c’è il fedele collaboratore Jeff Bird (mandolino, violino e armonica), in programma stavolta anche una medley tradizionale (Whalers/Mariner’s Song) e una versione adeguatamente malinconica di Hot Burrito No. 1, ballata spezzacuori dei Flying Burrito Brothers di Gram Parsons.

Rarities, B-Sides And Slow, Sad Waltzes

Il suggestivo titolo spiega bene il contenuto della collezione, venduta inizialmente solo su Internet. Abbondano i “valzer lenti e tristi”, tra le dieci tracce, con il commovente racconto di Five Room Love Story da incorniciare. Ma ci sono anche una dolente To Lay Me Down (dei Grateful Dead) e una pimpante cover della dylaniana If You Gotta Go, Go Now a rinforzare l’appetitoso menù.

Open Road

Il CD è venduto insieme ad un DVD (che rappresenta la parte più succosa del programma), testimonianza di un altro giro di concerti da poco concluso. La “set list” offre poche sorprese, ma sul palco le nuove inclinazioni ad un suono lisergico e improvvisativo hanno modo di risaltare.

200 More Miles — Live Performances 1985-1994

Per un gruppo che teorizza e pratica la sottrazione e il “non detto” come linguaggio espressivo e che ama giocare con i silenzi, il palcoscenico non sembrerebbe essere l’ambiente ideale: non è così, anche perché Margo Timmins è una front woman sfuggente e ritrosa ma paradossalmente provvista di magnetismo. Dai primi passi in minuscoli club alla Royal Albert Hall londinese, il disco documenta dieci anni di attività live, aggiungendo sfumature, accenti e stratificazioni sottili (complice la formazione allargata) al vecchio catalogo di canzoni.

Pale Sun, Crescent Moon

Le sonorità sono più dense ed intricate del solito (grazie alle tastiere e alla chitarra aggiunta di Ken Mhyr): ma per la prima volta i Junkies sembrano un poco stanchi e ripetitivi, nonostante il buon livello di alcune canzoni in scaletta (Anniversary Song, Seven Years).

Black Eyed Man

Cursori e manopole dei volumi si alzano di una tacca in un album più solido e rock dei precedenti (e Murder, Tonight, In The Trailer Park sviluppa il filone “thriller” dei quattro). Nel disco, i fratelli Timmins incontrano fratelli spirituali come John Prine (ospite nella poetica If You Were The Woman And I Was The Man) e Townes Van Zandt, che regala due belle canzoni ricevendone in cambio una sentita dedica (il penetrante Townes’ Blues).

Miles From Our Home

Il produttore inglese John Leckie (Verve, Radiohead) svolge il suo incarico con diligenza e inventiva, caricando di echi, riverberi e colori traslucidi chitarre e ritmi dei cowboy canadesi. Il tentativo di modernizzazione non convince tutti, ma l’album più pop dei Junkies sfoggia comunque una sequenza di canzoni di serie A (Someone Out There, The Summer Of Discontent ). Svetta la stupenda Blue Guitar, ode funebre e psichedelica allo scomparso Townes Van Zandt.

The Radio One Sessions

Dal vivo negli studi della BBC inglese, i canadesi sciorinano il loro più classico repertorio con il solito, irresistibile understatement. Nessuna sorpresa di rilievo, però, nella scaletta, spartita in tre blocchi cronologici risalenti al 1989, al 1992 e al 1996.

The Trinity Session

Una chiesa di Toronto fa da adeguato set alla musica mistica e assorta della band (“catturata” di nuovo in presa diretta, e senza pubblico). Le armi in dotazione ai cowboy canadesi sono poche ma affilate: la chitarra elettrica di Michael Timmins ricama tele sottili ed avvolgenti, la voce soave e flebile della sorella Margo sussurra ipnotiche litanie. Difficile resistere all’incantesimo, anche per la qualità del materiale selezionato: spettrali cover di Sweet Jane (Lou Reed) e I’m So Lonesome I Could Cry (Hank Williams), una deliziosa rielaborazione in punta di dita di Blue Moon (dedicata ad Elvis) e una delle più ammalianti ballate in repertorio, Misguided Angel.

The Caution Horses

Bastano i primi due pezzi in scaletta, Sun Comes Up, It’s Tuesday Morning e ‘Cause Cheap Is How I Feel, a segnalare la svolta: con un suono che si è fatto improvvisamente più ricco (di violini, armoniche, fisarmoniche e pedal steel) e decisamente più rurale (oggi si direbbe “alternative country”). Resta immutato il fascino discreto di una band capace di catturare le orecchie senza mai alzare la voce e di imprimere un marchio inconfondibile anche alle canzoni più note (in questo caso la Powderfinger di Neil Young).

One Soul Now

Nella sala prove di casa adibita a studio di registrazione, i quattro canadesi incidono una nuova sequenza di ballate al rallentatore, misticheggianti e introspettive, veleggiando quietamente tra parabole folk (Simon Keeper), pop rock alla R.E.M. (Long Journey Home), squarci di gran melodia (My Wild Child) e psichedelia elettrica incorniciata da assoli alla Neil Young (From Hunting Ground To City, He Will Call You Baby). Il grande conterraneo è celebrato anche con una versione di Helpless nell’EP di cover incluso nella prima tiratura: ai consueti omaggi a Townes Van Zandt e a Springsteen (una suggestiva Thunder Road) si aggiungono qui le tonalità acide di Darkness, Darkness (Youngbloods) e un’inattesa, tenebrosa Seventeen Seconds (Cure).