Mutations

Il Nostro è un vero autore e lo dimostra nel terzo disco Geffen, nato come progetto "indie" e poi benevolmente accolto nei ranghi della major. Il titolo non mente; Beck cambia pelle anche se con naturalezza, rinunciando al nervoso taglia-incolla delle origini per un morbido, stupefatto psico folk very very Sixties a cui dà un contributo importante anche il co-produttore Nigel Godrich (Radiohead).

Nei meandri delle mutazioni c’è spazio per la bossa nova di Tropicalia, il lamento del cowboy di Sing It Again e persino il calco hard di Diamond Bollocks. Memorabile l’uno due cannabinaceo di Cold Brains e Nobody’s Fault But My Own.

Midnite Vultures

Il loser più pieno di idee in circolazione diventa un principino del ballo. È un vero ribaltone dopo un album sostanzialmente da cantautore. Soul, funk, disco, hip hop, techno pop e rock sono assortiti con molta ironia e un ricercato citazionismo. Per lunghi tratti è un Beck inedito, così ritmico e sexy nel suo falsetto da Prince bianco (Peaches & Cream, Debra).

Sea Change

Dietrofront. Il Mr. Hansen intimista che non ti aspetti, o forse sì, per quella sua ricerca continua di imprevedibilità Mutante per eccellenza, rinuncia qui alla sua varietà di stile e per 12 brani accumula sull’asse chitarra-voce arrangiamenti d’archi e atmosfera, tanta atmosfera.

Beck non è mai stato così diretto nell’esprimere i sentimenti; si dice che l’album nasca da una sua delusione amorosa (ne sarebbe la spia Lost Cause).

Ancora con l’aiuto di Godrich, con belle canzoni come The Golden Age, Lonesome Tears, Little One (con qualche brivido gotico, da Julian Cope). Nel cast anche il babbo, David Campbell, noto arrangiatore e direttore d’orchestra, che dà il meglio di sé nella meravigliosa ‘Round The Bend.

Stereopathetic Soulmanure

Un’apposita clausola del contratto Geffen lascia libero l’artista di incidere dischi indipendenti. Per lui che è molto prolifico, una condizione quasi necessaria. Nel 1994 escono dunque tre LP a nome Beck.

Questo per la Flipside raccoglie mozziconi strimpellati e demo casalinghi, con qualche canzone finita come One Foot In The Grave (solo voce, armonica e tempo tenuto con un piede: quello nella fossa o l’altro?).

Mellow Gold

Un giocattolo, un meccano musicale, il cubo di Rubik di mezzo secolo di musica americana, Mellow Gold comprime la creatività pasticciona di un genio quasi puerile: groove soul/disco (Beercan), noise cacofonico (Mutherf&oulm;er), spezzatini rock blues (F—in With My Head), raga psichedelici (Blackhole), incubi anni ’60 (Nitemare Hippy Girl). Blob di cui un uomo solo sa e può tirare le fila: Beck.

Beck

Non Disponibile

E luce fu con Loser. La genesi di Beck è tutta in quel suo tormentone folk/rap/blues lo fi dadaista (base e cantilena hip hop da un input di chitarra slide) passato per acclamazione sotto le forche di MTV.

Futurista rétro (se si può mai concepire un tale ossimoro), virtuale postmoderno, tanto naïf nell’accordare ludico luddismo analogico e tecnomanzia (se una parola simile può esistere) da neghittoso della generazione X.

Questo nipote d’arte classe 1970, il cui nonno materno Al era tra i fondatori di Fluxus, che di cognome fa Hansen (quello della madre), si denuncia come il talento imperdibile dei ’90: parte da Dylan (Pay No Mind) per arrivare ai Beastie Boys (Soul Suckin Jerk).

Odelay

Hansen si rimette in carreggiata. È Odelay il vero successore di Mellow Gold e si possono ormai catalogare "beckiani" il blues destrutturato con l’hip hop di Hotwax e il rock surreale di Devil’s Haircut. Jack-Ass è una strimpellata malinconica che campiona il maestro Dylan.

Where It’s At rispolvera la dizione rap sulle note di un caldo organo da spiaggia e in Minus le chitarre stanno tra il punk e i Sonic Youth. Nel retro di copertina c’è scritto "Je suis un revolutionaire". Solo autoindulgenza?