San Francisco

Dopo l’omaggio alla California, quello alla loro città. La falsariga è quella di Mercury, nei suoni più convenzionali e in un titolo umoristico come I Just Took Two Sleeping Pills And Now I’m Like A Bridegroom Standing At The Altar.

Everclear

Tutto il lavoro degli AMC vanta una qualità rara e un’inaudita forza emotiva. Everclear è il capitolo più celebrato, quello che rompe l’isolamento e ottiene il plauso generale della critica. Gli arrangiamenti mettono le emozioni in primo piano, captando la lirica disperazione dalle parole di Eitzel in Why Don’t You Stay, Ex Girlfriend e nella palpitante Rise. Alla batteria siede Mike Simms, mentre Bruce Kaphan subentra in pianta stabile a Tom Mallon. Nello stesso anno Mark Eitzel dà inizio alla sua carriera solista con un disco live.

Restless Stranger

Gli American Music Club si formano a San Francisco. Il leader è Mark Eitzel (voce, chitarra e tastiere), anima della band con Mark “Vudi” Pankler (chitarra) e Dan Pearson (basso). Tutti e tre suonano comunque vari strumenti. Il tastierista Brad Johnson e il batterista Matt Norelli non vanno oltre questo disco, tra l’altro disconosciuto da Eitzel e dagli altri che non lo considerano all’altezza.

Love Songs For Patriots

Il gruppo si era sciolto dopo San Francisco. Dieci anni dopo il club riapre i battenti: per prima, la classe scintillante di Ladies & Gentlemen. Poi anche un blues alla Nick Cave, Patriots Heart. Inconfondibile lo stile di Eitzel e soci. Più tumulti del cuore come Another Morning, e sarebbe uno dei loro migliori LP. Un tipico disco degli AMC, come se di tempo non ne fosse passato.

United Kingdom

Produce Tom Mallon. Nato come concept “geografico”, United Kingdom si sviluppa come una raccolta di materiali diversi, tanto che tre canzoni (Nevermind, Kathleen, The Hula Maiden) sono registrate dal vivo. Ma che materiali: almeno Here They Roll Down, un’onda anomala di rimbombi che tiene sospesa una scheletrica armonia, e la title-track, con una linea ostinata e il baritono scuro di Eitzel, sono capolavori che lasciano allibiti.

California

Con un gravoso bagaglio di emozioni, gli American Music Club ricompongono per sé un’intera tradizione donandole allo stesso tempo forti accenti personali. Eitzel ha maestri come Tim Buckley, Nick Drake, Leonard Cohen e pure una sua indole molto precisa. Le sue ballate vivono di luce propria, una luce intensa, tra il sogno e il dolore di vivere (Firefly, Lonely, Pale Skinny Girl).

Engine

Dave Scheff è alla batteria e collaborano i musicisti/produttori Tom Mallon e Bruce Kaphan. Il complesso californiano si esprime in un rock/folk macchiato da psichedelia, suggestioni new wave e melodie che arrivano dall’altro capo dell’oceano (Smiths). Eitzel è un cantante/autore profondo e sensibile. Al centro di tutto sono la sua voce e le sue storie. Tristi e introverse.

Mercury

La produzione di Mitchell Froom ritaglia al club una veste più mainstream, rockeggiante e rumorosa (Challenge). Il disco, del resto, segna il loro esordio per una multinazionale. La bellezza può essere in uno schiaffo come I’ve Been A Mess, che parla ancora di un amore perso, o nella surreale The Words Godzilla Said To God When His Name Wasn’t Found In The Book Of Life. Ennesimo cambio alla batteria: adesso c’è Tim Mooney.