Spike

La nuova casa discografica mette a disposizione un grosso budget, e così accorrono gli ospiti di lusso: da Roger McGuinn (nel jingle-jangle …This Town…) a sir Paul Mc Cartney, che imbraccia il basso Hofner e collabora alla scrittura di due pezzi (tra cui la sbarazzina Veronica).

Elvis, nel frattempo, fa il giramondo: incide a New Orleans con Allen Toussaint e la Dirty Dozen Brass Band (Deep Dark Turthful Mirror è un gioiellino), poi si sposta a Dublino per incontrare la crema del folk revival irlandese e fissare su nastro un feroce attacco a Margareth Thatcher, Tramp The Dirt Down.

Whammy!

Un po’ più di leggerezza ma anche un po’ più di elettronica: il sound anni ’50 è accantonato in favore di un sound in grado di rivaleggiare coi sintetizzatori della "British invasion" che domina le charts Usa nei primi anni ’80. Song For A Future Generation riapre la porta ai dialoghi deliranti tra i tre vocalist che avevano sconcertato e deliziato gli ascoltatori all’esordio.

Shiny Beast (Bat Chain Puller)

Rimasto senza band, Beefheart si prende una lunga pausa, rientra negli USA, si riavvicina a Zappa (un disco cointestato, Bongo Fury) e si allontana dalla musica, preferendo dipingere. Un disco già pronto (titolo Bat Chain Puller) viene accantonato e le canzoni riregistrate e pubblicate con il nuovo titolo Shiny Beast.

Nonostante non riesca ad avere una carriera regolare, il Capitano sembra aver trovato un nuovo equilibrio artistico, con un conseguente ritorno alla bella creatività di un tempo.

ELVIS COSTELLO/THE BRODSKY QUARTET: The Juliet Letters

In compagnia del giovane ensemble d’archi inglese, l’irrequieto musicista realizza un curioso esempio di pop da camera che prende spunto da un immaginario epistolario indirizzato a Giulietta Capuleti.

Grazia, umorismo e dinamicità negli arrangiamenti (nonostante la assoluta mancanza degli strumenti canonici da musica "leggera") ne fanno una pagina tutto sommato stimolante della produzione costelliana.

Freedom Of Choice

La sperimentazione ha il suo fascino, ma vendere i dischi non fa schifo a nessuno. Ammorbidendo i toni, e incontrando un clima divenuto rapidamente favorevole ai suoni sintetizzati (merito dei Devo medesimi), i sei signori in bianco e rosso superano il milione di copie, grazie soprattutto ai singoli e ai video di Girl U Want e Whip It. Per il grande pubblico, questi sono i Devo.

Wild Planet

Iniziano gli anni ’80, e i B-52’s li prendono per mano. La contagiosa voglia di party, la ricerca di un look che "buchi", il sapore di anni ’50 suggerito anche dall’avvento di Reagan sono presenti nel successo del quintetto.

Tuttavia si nota un minor numero di pazzie, un occhio ai sommovimenti underground e persino un po’ di angoscia, che rendono l’album inferiore al precedente, ma Private Idaho è più commestibile come singolo e ne traina il successo.

Mesopotamia

Dopo un interlocutorio The Party Mix Album, la band inizia a lavorare con David Byrne in veste di produttore e guru. Tutti si aspettano grandi cose ma il progetto si interrompe, e ciò che rimane sono sei pretenziosi brani electro-funk che testimoniano lo stato di incertezza di un gruppo che non sa come crescere (sempre che sia il caso).

In effetti, ancorché brevissimo rispetto all’era del CD, il disco dura poco meno di Wild Planet. Ma sembra più lungo, per la palese mancanza di divertimento. La versione su CD include anche The Party Mix Album.

Silvertone

Amori impossibili e sfortunati, il romanticismo dei giovani ribelli senza causa degli anni ’50, una voce che ricorda il meglio di Roy Orbison e di Elvis Presley, l’aspetto affascinante di un divo hollywoodiano: ecco gli elementi che caratterizzano l’esordio del californiano Chris Isaak (1956). Scoperto e prodotto da Erik Jacobsen, già artefice del successo dei Lovin’ Spoonful, Isaak ha dalla sua una scrittura matura e consapevole, e soprattutto un chitarrista del calibro di James Calvin Wilsey, che riecheggia nel suo stile Hank B. Marvin degli Shadows e le colonne sonore dei western di Ennio Morricone. Particolarmente suggestive Talk To Me, Back On Your Side e Funeral In the Rain. Un esordio di tutto rispetto.

 

Q: Are We Not Men? A: We Are Devo!

Album storico, in ogni senso. Ascoltate a distanza di più decenni, le sonorità spasmodiche, le esasperazioni e distorsioni elettroniche non riescono a comunicare la carica del progetto de-evolutivo del gruppo di Akron in un contesto di segno opposto, ovvero il boom dei Ramones e di Blondie. Nemmeno i Talking Heads, contemporaneamente prodotti dal medesimo Brian Eno, osano sfidare il pubblico con Mongoloid, Space Junk, un’isterica Satisfaction.

La teoria sulla disumanizzazione della società americana, prevista da Jerry Casale e Mark Mothersbaugh, elaborata fin dal 1972 alla Kent University, scuote l’ambiente musicale.

VAN DYKE PARKS & BRIAN WILSON: Orange Crate Art

Nello stesso anno l’artista collabora con inconfondibili interventi vocali a questa realizzazione di Van Dyke Parks, amico e autore ed arrangiatore genialoide anch’egli presente nel progetto abortito di Smile. Anche questo disco, ben accolto dalla critica, non ha particolari rilievi commerciali.

All This Useless Beauty

Ribaltando, parzialmente, il concetto di Kojak Variety, McManus si riappropria di alcune canzoni scritte con o per altri artisti (McCartney, Aimee Mann, Roger McGuinn, la cantante folk June Tabor) e completa il quadro con alcuni inediti.

Un disco elegante, suonato benissimo dagli Attractions e ingiustamente sottovalutato: che contiene una delle sue più belle ballate di sempre, All This Useless Beauty.

Nothing’s Shocking

Scioccante lo è, eccome. Fin dalla copertina, una scultura di Farrell e della sua compagna Casey Niccoli: due gemelle siamesi nude su un divano dalla la testa in fiamme. Bruciante, proprio come la musica che ambiziosamente unisce metal, psichedelia, punk, new wave, funk, folk. Nasce il nuovo rock alternativo: mistico, tribale, acido, duro, con il gruppo che ondeggia tra l’hard blues più classicamente zeppeliniano, il magnetismo e le sfumature gotiche di un complesso dark punk, il ritmo guizzante di una funk band e fantasie psichedeliche e progressive. Jane Says è il classico per antonomasia, una ballata hippy ipnotica con un retrogusto di decadenza velvettiana e una melodia semplicemente indimenticabile. 

Chris Isaak

La celebrazione dell’immaginario di Isaak — perfettamente centrato dal ritratto di copertina, uno spettacolare bianco e nero di Bruce Weber, che lo coinvolge anche nel film Let’s Get Lost, dedicato a Chet Baker — raggiunge il suo culmine in questo disco malinconico e tenebroso. Al binomio Isaak/Wilsey si aggiungono gli altri Silvertone Kenney Dale Johnson (batteria) e Rowland Salley (basso), ma è sempre il chitarrista a sostenere il difficile compito di dialogare con la voce del leader. Isaak trasforma in uno dei suoi un vecchio pezzo degli Yardbirds, Heart Full Of Soul, ma soprattutto scrive delle canzoni romantiche e bellissime: You Owe Me Some Kind Of Love, Lie To Me, Fade Away, Cryin’ e Waiting For The Rain To Fall.

 

 

Mighty Like A Rose

Con l’inventivo (fin troppo, secondo alcuni) Mitchell Froom alla console, Elvis osa ancora di più e realizza il suo kolossal: una composita giostra musicale dove però si smarrisce sovente il filo narrativo.

Non mancano le "highlights": soprattutto la ballata So Like Candy, scritta a quattro mani ancora con McCartney, e la malinconica marcetta di chiu"sura, Couldn’t Call It Unexpected No.4, contraddistinta da una levità di tocco che manca al resto dell’album.

Heart Shaped World

La squadra è la stessa, compreso il produttore Jacobsen, e la musica anche, ma il successo non arriva. Finché David Lynch non inserisce una versione strumentale di una delle canzoni del disco, Wicked Game, nel film Cuore selvaggio. Il direttore di una stazione radio della Georgia rintraccia la canzone e comincia a trasmetterla in heavy rotation. Il successo di Wicked Game, caratterizzata da un bell’arpeggio di James Calvin Wilsey e dal falsetto di Isaak, si diffonde rapidamente in tutti gli Stati Uniti finché il singolo entra nei Top 10 al principio del 1991 e raggiunge il sesto posto in classifica.

 

ELVIS COSTELLO/BILL FRISELL: Deep Dead Blue

Due artisti senza frontiere collidono e si sovrappongono sul palco londinese della Queen Elizabeth Hall: Frisell ricama trame chitarristiche con encomiabile parsimonia, Costello sfida le sue doti vocali in territori noti (le sue Love Field Poor Napoleon, Baby Plays Around) e poco esplorati (la mingusiana Weird Nightmare, la nostalgica melodia di Gigi, dall’omonimo film-musical di Vincente Minnelli).

Duty Now For The Future

Qualcosa già scricchiola. Da un lato, altre band ricettive stanno rilanciando la sfida dell’avanguardia elettronica. Dall’altro, il disco di debutto era stato il risultato di anni di maturazione, di un accumulo di idee; per questo motivo, a sorpresa, il sestetto americano si dimostra più gracile del previsto.

Ritual De Lo Habitual

Ai ferri corti per divergenze personali e problemi di droga, il gruppo è già virtualmente diviso durante le sedute in studio; unica eccezione, la baraonda mistico-lisergica di Three Days, quasi undici minuti del rock duro più creativo di fine anni ’80. Nonostante le tensioni, il disco è un flusso di fantasie di altissimo livello. Senza dimenticare  le scudisciate di No One’s Leaving e la novelty alla Fishbone Been Caught Stealing, la vera bomba è Stop, funk metal mordi e fuggi di strabiliante impatto. Prima di sciogliersi, i Jane’s Addiction lanciano Lollapalooza, il festival itinerante con cui aprono le porte a una nuova generazione e all'”alternative nation” degli anni ’90.