Panorama

Disco ambizioso ma spiazzante. In un’atmosfera cupa e dissonante, Ocasek sembra voler dare uno scrollone che faccia cadere i fan arrampicatisi sul versante commerciale della band, in favore di quelli che vi avevano individuato uno spessore autenticamente artistico.

Solo Touch And Go porta soddisfazioni in termini di classifica; per il resto, negli USA l’album viene bollato come una delle più grandi delusioni della storia del rock.

La band non mancherà di prenderne atto.

Door To Door

Ulteriore ritorno, ma stavolta i Cars sembrano veramente provenire da un’altra epoca. Il motivo? L’offerta di canzoncine pop è molto più elevata rispetto al periodo in cui avevano esordito.

L’attenzione loro tributata è già nostalgica, e per un gruppo attivo da meno di dieci anni la cosa è un po’ impressionante. La band accetta la situazione e, silenziosamente, si scioglie.

Ocasek rimarrà attivo come produttore, mentre Orr morirà di cancro nel 1999.

Black Love

Un altro a disco a tema sulle relazioni tra le persone. Può sembrare una variante "hard boiled" di Gentlemen ma ha l’ottima scusa della qualità dei suoi pezzi: Crime Scene Pt. I, Honky’s Ladder, Going To Town, My Enemy, Double Day, Blame Etc., Bulletproof sanno come graffiare o lambire il cuore di chi ascolta. Paul Buchignani ha sostituito Steve Earle alla batteria.

Metropolis Pt 2: Scenes From A Memory

Prodotto per la prima volta dalla band e concepito come fosse un film, è un concept album strutturato su dodici canzoni che rappresentano altrettante scene. Le spigolosità del passato lasciano il posto a sonorità epiche ad ampio respiro, ma non per questo prive di abilità.

Fa il suo esordio il tastierista Jordan Rudess.

The Doors

Esistono già da un paio d’anni ma sono conosciuti solo a Los Angeles, i Doors, quando esordiscono con quest’album. Sono acerbi e sfrontati, ma subito esprimono il loro talento con canzoni come Break On Through, Soul Kitchen, Light My Fire (grande successo in classifica) e il lungo raga rock di The End, con una suggestiva rivistazione hippie del mito di Edipo.

Le influenze sono molte: anche il Willie Dixon di Back Door Man, anche il Kurt Weill di Alabama Song.

Box Set

Un’antologia ricca e cervellotica. Nel primo e terzo CD, in fastidioso ordine non cronologico, una serie di demos, registrazioni in studio e nastri live dal 1965 al 1970. Nel secondo disco un concerto al Madison Square Garden del 1970. Nel quarto una superflua selezione di brani celebri dei Doors scelti personalmente da Manzarek, Densmore e Krieger.

U

Sottotitolato “una parabola surreale in canzoni e danza”, il doppio album soffre, nella trasposizione dal palcoscenico teatrale al disco, la presenza di troppa “incidental music” riempitiva e la mancanza dell’elemento scenico: soprattutto nel materiale più leggero (Bad Sadie Lee, Robot Blues). Le qualità arcane delle ballate di Williamson emergono ancora in Juggler’s Song e nell’elegiaca Queen Of Love; Malcolm LeMaistre, direttore della compagnia teatrale che allestisce lo spettacolo, entrerà presto in pianta stabile nel gruppo come vocalist e polistrumentista.

I Looked Up

Un altro disco interlocutorio, segnato da un evidente appannamento creativo. Williamson si impegna ancora sulla lunga distanza con due epopee di impronta storica (Pictures In A Mirror) e autobiografica (When You Find Out Who You Are); Heron abbozza una prima versione della sua violinistica Black Jack Davy (non è il celebre traditional dallo stesso titolo) e un impacciato esperimento pop-rock (The Letter), con Rose Simpson al basso e la batteria di Dave Mattacks dei Fairport Convention.

An American Prayer

I Doors sono stati trascurati nei ’70 ma quest’album ribalta la situazione, accendendo la fantasia degli appassionati e di nuovi estimatori.

Morrison aveva sognato per tutta la vita un disco con le sue poesie recitate; qui viene accontentato ma deve pagare il pegno di fastidiose sovraincisioni curate dai tre rimasti della band più un fraterno amico di Morrison, Frank Lisciandro. Il culmine è alla fine, con i versi di An American Prayer immersi nella melassa dell’Adagio celebre di Albinoni.

The Cars

Questa è la ricetta di Ric Ocasek e Ben Orr, i due leader del gruppo, che parlano d’amore a una nuova generazione di american boys con Just What I Needed, My Best Friend’s Girl, Good Times Roll e You’re All I’ve Got Tonight, tuttora nelle playlist delle FM d’oltreoceano.

In CD c’è anche la versione "deluxe" della Rhino Records, con 5 inediti.

Wee Tam &The Big Huge

Due album venduti separatamente e poi in coppia, due fratelli gemelli che confermano l’alchimia e la complementarità della strana coppia: Heron costruisce deliziose miniature in odor di pop psichedelico (Puppies, Cousin Caterpillar) e recupera suoni americani (il country&western di Greatest Friend, il Cajun di Log Cabin Home In The Sky), Williamson e la sua voce ultraterrena inseguono miti celtici e fiabe psichedeliche alla Lewis Carroll (Ducks On A Pond, The Iron Stone, Lordly Nightshade), inanellando mantra meditativi (The Yellow Snake), luminose ballate corali (You Get Brighter) e canzoni bonsai (i sedici secondi di The Son Of Noah’s Brother sono da record). Del gruppo fanno ormai stabilmente parte (voce e percussioni) Licorice McKenzie e Rose Simpson, compagne dei due leader.

Changing Horses

Frutto, apparentemente, di session spontanee e improvvisative addizionate da una buona dose di propellenti chimici, il disco suona come un divertissement liberatorio e senza troppe pretese, zeppo com’è di semi-parodie e canti da osteria. Un paio di brani si estendono oltre i 14 minuti, mentre spicca per encomiabile minimalismo Mr. And Mrs., evocativa ballata firmata da Williamson.

Six Degrees Of Inner Turbolence

È un ritorno alla freschezza degli esordi, soprattutto nel secondo CD che si apre a soluzioni orchestrali e dove il cantante LaBrie torna ad avere un ruolo di spicco. Nel frattempo i vari componenti avviano coraggiosi progetti collaterali: Mull Muzzler, Liquid Tension Experiment, Explorer’s Club, Platypus, Planet X, Transatlantic.

The Incredible String Band

Mike Heron e Robin Williamson, qui in trio con il banjoista Clive Palmer, sono due hippie giramondo amanti del rock, della tradizione angloamericana e della “world music”, ma tutt’altro che dei puristi: lo si intuisce già in questo debutto ancora acerbo, dove il folk inglese e il bluegrass americano si tingono a tratti di di fluorescenti colori psichedelici (Smoke Shovelling Song) e danno il la alla scrittura di ballate eteree e profondamente originali (October Song di Williamson, lodata anche da Bob Dylan).

Strange Days

Sono passati nove mesi soltanto dal debutto e i Doors non hanno avuto tempo di meditare bene il repertorio. Così il secondo album è una spanna sotto al primo, sebbene parli la stessa lingua soul psichedelica e abbia comunque spunti di suggestione.

Le canzoni da ricordare sono Moonlight Drive (la prima in assoluto composta da Morrison e Manzarek), la lunga, ipnotica When The Music’s Over e Horse Latitudes, dove Morrison prova quello che in realtà lo attira di più: poesia recitata con suoni.

Waiting For The Sun

Una piccola delusione. I Doors offrono un ondivago repertorio purtroppo lontano delle smanie psico blues delle origini. Hello’ I Love You è un buon successo ma sposta la band verso il pop radiofonico, con dispetto dei fan; The Unknown Soldier è invece un granchio, goffo tentativo di teatro/musica antimilitarista negli anni del Viet Nam.

Absolutely Live

Non è tutto oro quello che Morrison fa luccicare sul palco, anzi. È vero però che i Doors dal vivo sono speciali e nelle serate migliori riescono a incantare la platea con un conturbante mix di poesia e canzoni.

Qui una selezione da vari concerti americani del ’69-’70, con qualche brano famoso ma anche novità; per esempio una vibrante cover di Who Do You Love, di Bo Diddley, e una messa in scena di Celebration Of The Lizard, la lunga, allucinata poesia che Morrison avrebbe voluto incidere in Waiting For The Sun e invece aveva potuto solo stampare in copertina.