Aladdin Sane

Bowie saluta Ziggy, produce Transformer di Lou Reed, regala All The Young Dudes ai Mott the Hoople, poi torna sulla Terra. E non si trova a suo agio: Panic In Detroit, The Jean Genie e Time non decollano e si perdono come era accaduto a Major Tom.

Il glam rock e la scena britannica ora gli vanno strette: comincia a guardare all’America e, con Let’s Spend The Night Together, all’amico Jagger, anche lui piuttosto incerto sul da farsi (per gli Stones è l’anno di Angie, peraltro dedicata, si dice, alla moglie di David).

Nel 2003 una 30th Anniversary Edition in doppio CD, con bonus.

Bowie At The Beeb

La BBC apre gli archivi: ne escono registrazioni del periodo ’68-’72, pulitissime dal punto di vista sonoro e ricchissime nella tracklist, ma prive del calore di un vero concerto — e quelli del periodo di Ziggy Stardust erano veramente torridi.

Più interessante, anche per l’avarizia di "live" bowiana, un terzo CD presente in un’edizione limitata, con un concerto del 2000 basato sui brani dei tardi anni ’70 e decenni seguenti.

Low

Esce il film L’uomo che cadde sulla terra, ma il richiamo del cantante al botteghino non è quello sperato. Consunto e confuso, l’artista Bowie torna a reclamare alla star Bowie il proprio spazio vitale: armi e bagagli vengono portati nella fatidica Germania, dove in un ormai leggendario "periodo berlinese" il cantante torna a cavalcare l’avanguardia.

Al punk risponde con un ansioso disco elettronico, non del tutto compiuto ma attraversato da folate affascinanti: Speed Of Life, Always Crashing In The Same Car, Be My Wife, What In The World. Ma più che le canzoni colpiscono gli inquietanti sottofondi strumentali ispirati dalla frequentazione di Brian Eno.

1.Outside

Del tutto inaspettato: il concept album più minaccioso e agghiacciante di sempre. L’ascolto dei Nine Inch Nails stimola l’artista che dormiva (da parecchio) e insieme ad Eno (e ad Alomar e a Garson e a Gabrels) mette in piedi un quadro elettronicamente tetro del futuro.

 Un pugno nello stomaco per temi e scelte sonore, francamente non di facile ascolto: i fan recenti fuggono a gambe levate, ma anche i critici ormai abituati a gente meno ambiziosa girano il capo facendo finta di nulla.

Heathen

Grande eccitazione per il ritorno in cabina di regia di Tony Visconti, ma è tanto rumore per nulla. Un sound scontato, testi per nulla illuminanti. Il serbatoio delle idee è prosciugato, e del resto non si può negare che in carriera Mr. Jones ne abbia avute molte più della media dei suoi colleghi.

David Bowie

2001 Odissea nello Spazio è una folgorazione per molti: per Bowie è la quadratura del cerchio. L’affascinante brano psichedelico che si ispira a quel film, Space Oddity, lancia letteralmente in orbita il primo di tanti personaggi bowiani (lo sconsolato Major Tom) e il suo interprete, un giovane magrolino dagli occhi di diverso colore (la causa, un compasso in un occhio durante una rissa scolastica), che con questo album inizia a scoprire il territorio fertile dove coltivare il proprio talento.

In mezzo a vari tentativi incerti emergono Wild Eyed Boy From Freecloud e Memory Of A Free Festival. Ristampato nel 1972, in piena Bowie-mania, come Space Oddity.

David Live

Al Tower di Philadelphia si compie una nuova trasformazione: il repertorio di 4 anni, già invidiabile, viene riletto da un cantante meno alieno e più entertainer, con l’aiuto di musicisti dal gusto marcatamente americano e soul (merita menzione Earl Slick, che non fa sentire la mancanza di Mick Ronson).

Il disco divide la critica, ma le memorabili, calde versioni di 1984, Rebel Rebel, Cracked Actor e Suffragette City fanno del disco il miglior live bowiano di sempre.

Diamond Dogs

A un decennio dal 1984 orwelliano, un nuovo concept-album cupo e inquietante quanto diseguale, dedicato alla "distopia" immaginata dallo scrittore inglese. La coesione stilistica è minore rispetto a quanto ottenuto con gli Spiders from Mars, tuttavia non mancano impennate irresistibili come Rebel Rebel. L’idea iniziale di farne un musical naufraga per il parere contrario degli eredi dello scrittore inglese.

The Man Who Sold The World

Con un processo di formazione artistica che oggi nessun discografico sarebbe disposto a tollerare, il giovane Jones raccoglie le idee in un disco che non dà brani storici in senso stretto, ma funge da palestra dove affinare stile e contenuti dei successivi anni di carriera.

Spalleggiato dallo straordinario chitarrista Mick Ronson, dal bassista e produttore Tony Visconti e dal nuovo manager Tony De Fries, Bowie inizia a spostarsi dall’area dei Beatles a quella dei Rolling Stones: nichilismo, ambiguità sessuale e chitarre ammiccanti pervadono The Supermen e The Width Of A Circle.

Let’s Dance

Nella pausa più lunga della sua carriera (dovuta anche ai succitati film) Bowie annusa l’aria degli anni ’80 e si prende una hit con, a sorpresa, i Queen (Under Pressure, completata in un clima di tensione con l’altra primadonna Mercury). Si compiace di una generazione di nuove popstar britanniche cresciute a pane e Duca Bianco: Human League, Gary Numan, Visage, Ultravox, Japan, il Nick Rhodes dei Duran Duran.

E dà agli anni ’80 il verbo che aspettavano, ovvero: Let’s Dance. Il chitarrista di riferimento stavolta è Nile Rodgers degli Chic, cui deve momenti briosi e ammalianti come Criminal World, Modern Love e la nuova versione di China Girl.

Sound + Vision

In un momento molto particolare (da anni erano irreperibili i suoi dischi più noti) esce un cofanetto che mescola brani celeberrimi a demo, live, registrazioni alternative e rarità. Ristampato con aggiunte nel 2003, è uno dei rari casi in cui sia il collezionista che il neofita possono rimanere soddisfatti da una simile operazione.

Tin Machine

Oplà, nuovo ribaltone: il passato è mandato a remengo, e il nuovo chitarrista servente (Reeves Gabrels) è talmente influente da indurre il camaleonte a fondare un gruppo nel quale vorrebbe essere primus inter pares.

Dribblata con tale espediente l’ansia da classifica, il disco offre un ruvido rock ad alto tasso chitarristico e percussivo. Heaven on Earth è uno dei brani più eleganti di tutto il repertorio di Mr. Jones, ma per il resto ci si annoia presto.

The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars

Concept album ambizioso quanto stupefacente, saggio da primo della classe sul rock’n’roll, poema glamour, album con cui è impossibile non fare i conti che lancia un nuovo personaggio, Ziggy l’alieno.

Dieci canzoni brillanti, pochissimi passaggi a vuoto, un disco colmo di idee che una produzione brillante mantiene fresco e leggero (salvo forse nella conclusiva, melodrammatica Rock’n’Roll Suicide).

Nel 2002 una 30th Anniversary Edition in doppio CD, con bonus.

Bertolt Brecht’s Baal

Appurato che l’intensa stagione cinematografica non gli porta troppi consensi (recita in Justa A Gigolò, Miriam si sveglia a mezzanotte — solo Merry Christmas Mr. Lawrence di Nagisa Oshima gli rende giustizia), il grand’uomo rispolvera le lezioni di mimo ricevute da Lindsay Kemp e si cimenta col teatro: The Elephant Man a Broadway e, come testimonia l’album, Brecht in Europa.

Solo per fan di stretta osservanza.

Tonight

Ogni quando Bowie riguadagna il trono, ne scivola picchiando il sedere. Come dopo Ziggy Stardust, fa seguire a un best-seller un lavoro sfocato. Per sedurre la Mtv generation arruola Julien Temple e gira un pallosissimo video per Blue Jean. Per rassicurare i fan si appoggia più che può a Iggy Pop. Pare più preoccupato di proporsi come camaleonte che non di fare buoni dischi.

Tant’è che ha un certo successo con operazioni collaterali: This is not America con Pat Metheny, Dancing in the Street con Mick Jagger, le colonne sonore di When The Wind Blows, Absolute Beginners, Labyrinth (in questi ultimi è anche attore).

Black Tie White Noise

Campane di chiesa aprono The Wedding, autocelebrazione per il matrimonio con la sventolona Imam. Il disco fonde vari periodi della carriera bowiana, dagli Spiders from Mars (suonano Mick Ronson e Mike Garson) a Reeves Gabrels, da Nile Rodgers che pro"duce il tutto a nuove sperimentazioni jazz con l’omonimo Lester Bowie. Il singolo Jump They Say con le sue reminiscenze "berlinesi", regala brividi ai fan più antichi.

Earthling

Forse è il caso di tornare a vendere qualche disco. Ma nonostante la buona volontà di misurarsi con la jungle (Little Wonder) e la discreta miscela di vecchia sapienza e nuovi stimoli, la realtà emerge spietata: troppe giravolte hanno minato la fiducia del grande pubblico.

Chi vuole ascoltare un 50enne che fa drum’n’bass? Il coetaneo Elton John trionfa in classifica con la solita vecchia Candle in the Wind. Poche idee, ma fisse, chiede il pubblico ai senatori del pop: altro che camaleonti.

Young Americans

L’attrazione irresistibile per l’America lo porta a raggiungere John Lennon a New York e confrontarsi con lui in Fame (n.1 in Usa), ma anche a dotarsi di un nuovo chitarrista-luogotenente (Carlos Alomar) ed esprimere in tutto il disco il proprio apprezzamento per il Philadelphia Sound in voga.

Luna e Marte sono lontani, ma lo è anche l’ispirazione. Il piccolo particolare passa sotto silenzio, oscurato dall’ammirazione per "la capacità di cambiare". Probabilmente in quel di Detroit, la piccola Madonna Ciccone sta prendendo appunti.

Pin Ups

I fan reclamano materiale, e il cantante ha la brillante idea di realizzare un album di brani amati in gioventù: sfilano soprattutto il beat e l’acerba psichedelia inglese; vengono scelti, dei nomi eclatanti (Pink Floyd e Who), episodi meno celebrati.

Il tutto risulta gradevole ma decisamente non all’altezza degli album precedenti. In ogni caso, l’intera operazione porterà ogni successivo album di cover realizzato da chicchessia ad essere accostato alla trovata dell’ex Ziggy.

Nel 2004 una 30th Anniversary Edition in doppio CD, con bonus.

Heroes

Si dice sia un disco di Bowie quanto di Eno e Fripp, ma è il primo a mettere nome e reputazione in un album rischioso, ambiziosa fusione di rock, elettronica e ambient in un drammatico contesto da guerra fredda. Al di là della impressionante (e audace, per l’epoca) bellezza del singolo, l’intero lavoro colloca Bowie tra le non moltissime star capaci sia di vendere dischi a pacchi che di giustificare l’antica opinione che vorrebbe la musica pop tra le forme d’arte.