Live At The Death Club

L’intero set, pieno di materiale per kennedyologi, del 3 marzo 1979 al Deaf Club di San Francisco: storicamente l’ultimo concerto in cinque, con il secondo chitarrista 6025; Kill The Poor in versione disco, Back In Rhodesia (come si intitolava allora When You Get Drafted), Gaslight, mai uscita su nessun altro LP, e i Dead Kennedys che, prima di chiudere con Viva Las Vegas, si cimentano nella beatlesiana Back In The USSR.

The Ultimate Collection

Cofanetto antologico (4CD + DVD) contenente cinquantasette brani, suddivisi tra il repertorio dei Jackson 5 e la carriera solista. Nel DVD trovano spazio le immagini di un concerto tenuto a Bucarest nel 1992, durante il quale Jackson, tra effetti speciali e movenze mirabolanti, esegue classici come Thriller, Beat It, Billie Jean e Man In The Mirror. Il box è corredato da un libretto di 64 pagine. 

Misery Is A Butterfly

Ma è proprio il legame con la canzone d’autore che il trio nippo-italomericano approfondisce passando nella scuderia 4AD. Ballate equine (Elephant Woman), alate (Messenger), talari (Doll Is Mine) in un affusolato sogno di inizio secolo. Malinconia coreutica e una tappezzeria sonora molto decorativa, per dare alla tristezza un po’ piagnucolosa delle voci ali leggiadre di farfalla. Chic.

Gettin’ In Over My Head

Anche in questo album, primo in studio in sei anni e incredibilmente solo il terzo da solista, si ritrovano quelle grandi armonie vocali che hanno sempre caratterizzato l’artista, applicate ad una bella ed originale serie di nuove composizioni.

Dopo la trascinante Desert Drive, che come una macchina del tempo ci proietta in pieno 1963 al tempo della "surf craze", e Gettin’ In Over My Head, si notano in particolare i titoli ai quali collaborano alcuni ospiti di riguardo, How Could We Still Be Dancin’ con Elton John, City Blues con Eric Clapton e A Friend Like You con Paul McCartney.

Di rilievo anche il duetto di Soul Searchin’ "costruito" su una parte vocale dello scomparso fratello Carl Wilson, registrata negli anni ’90 e mai utilizzata.

JOE JACKSON BAND: Afterlife

Il viaggio a ritroso nel tempo si completa con una convincente serie di esibizioni dal vivo di cui questo album rappresenta un buon compendio (un po’ magro, però: 13 pezzi in scaletta). Si parte con una Steppin’ Out per voce e pianoforte, poi il quartetto rianima i ritmi in levare di Beat Crazy, Look Sharp e Sunday Papers e le rasoiate new wave di One More Time, Don’t Wanna Be Like That e Got The Time, condendo il piatto con qualche bella guarnizione dall’ultimo album in studio. Un bell’esercizio di rivisitazione del tempo che fu, giocato con le giuste dosi di energia e di ironia (a partire dal titolo).

 

Nightfreak And The Sons Of Becker

Prolifica come poche, la band di Liverpool registra in soli sette giorni il terzo album della sua carriera. Fra episodi wave e lo spirito di Frank Zappa, riesce a non annoiare mai, confezionando canzoni contenenti idee con cui si sarebbe potuto realizzare un intero disco. Un gruppo senza tempo, impossibile da classi"ficare, fra i più interessanti del nuovo rock inglese.

BLACK HEART PROCESSION/SOLBAKKEN: In The Fishtank

Per la serie degli album-evento della Konkurrent tocca ai Black Heart Procession, che si scelgono come spalla i prog rocker olandesi Solbakken (interviene anche una musicista svizzera di nome Rachael). Improvvisazione premunita.

Tra Morricone, i Bad Seeds e la new wave.

BOB WEIR: Weir Here: The Best Of Bob Weir

Il primo CD (di studio) ripercorre la carriera solista del cantante, autore e chitarrista; ma il secondo, dal vivo, propone tutto materiale dei Dead, a parte la conclusione affidata ai RatDog: cinque inediti live del gruppo, con una cristallina Me And Bobby McGee del ’72, una pulsante Estimated Prophet del ’90 e una Man Smart, Woman Smarter (’89) in puro stile New Orleans.

Till Death Do Us Part

Ai fan non può che piacere una cavalcata tra i punti fermi del marchio di Los Angeles: doping, rap, aromi latini, chitarre, crossover in fondo sono rassicuranti, soprattutto se proposti con il mestiere necessario.

Ma i tempi d’oro sono lontani, e quel che si ricorderà di questo album sarà soprattutto la rivisitazione del prodigioso giro di basso reggae di The Guns Of Brixton dei Clash, risuonato da Tim Armstrong dei Rancid nel singolo What’s Your Number. Altro ammiccamento giamaicano, la presenza del figlio d’arte Damian Marley in Ganja Bus.

The Delivery Man

L’etichetta sulla confezione (Lost Highway, il marchio principe dell’alternative country americano) non mente: insieme ai suoi Imposters Elvis va a Oxford, Mississippi (la città adottiva di William Faulkner), a incidere il suo disco migliore da molti anni a questa parte: roots music bianca e nera, convulsi assalti ritmici (Button My Lip, Bedlam), honky tonk rock (There’s A Story In Your Voice, in duetto con la voce cartavetro di Lucinda Williams), r&b dal suono ruggente (Monkey To Man, Needle Time) e una sequenza di sontuose ballate country e old time (Country Darkness, la minimale The Scarlet Tide: una delle tre angeliche apparizioni di Emmylou Harris).

C’è anche la versione costelliana dell’eccellente The Judgement, già incisa da Solomon Burke. Due pezzi in più sull’edizione giapponese, uno su quella inglese.

So-Called Chaos

È molto meno inquieta ed elettrica che agli esordi, Alanis, ma con l’aggressività sembra aver perduto anche la sua peculiarità. Il disco della maturità personale scorre quasi sotto traccia, lasciando segni deboli del suo passaggio. Prevalgono le ballate (Everything, Out Is Through), alternate a rock chitarristici scanditi da ritmi elettronici (la title track, Eight Easy Steps): copione rispettato, ma senza troppa convinzione. Nella porzione multimediale aggiunta, brani live, una versione acustica di This Grudge e immagini sul "making of" dell’album.

Educated Guess

Sempre più autarchica, la self made woman di Buffalo suona, mixa, produce e registra in perfetta solitudine (su un vecchio otto piste analogico), intessendo scampoli di folk, jazz, funk e "street poetry" per riflettere ancora su temi personali (Origami, Swim) e preoccupazioni collettive (il recitato di Grand Canyon, l’invettiva di Animal indirizzata ai nuovi padroni dell’America). Rarefatto, ma anche ostico e a tratti involuto: solo in qualche episodio (l’impetuosa Bubble su tutte) si riascolta la lingua franca e diretta degli esordi.

Billie’s Bones

A 53 anni, quasi invisibile al radar dei mass media, la cantautrice newyorchese sforna uno dei dischi migliori della carriera. Suoni e arrangiamenti prevalentemente acustici, calibratissimi e distillati con cura artigianale dai musicisti (con una menzione speciale per il dobro, il banjo e le lap & pedal steel di Dan Dugmore), ma soprattutto canzoni baciate da una solidissima ispirazione: sia quando la Ian calpesta con delicatezza i suoi territori d’elezione (When I Lay Down, Dead Men Walking, Matthew: ispirata, quest’ultima, all’assassinio di uno studente universitario gay che negli Stati Uniti ha scosso le coscienze): sia quando decide di rifarsi alla tradizione folk delle isole britanniche (Mockingbird, Mary’s Eyes, lo strumentale Marching Of Glasgow, la “murder ballad” da brividi Forever Young). Il raffinato tocco europeista di Amsterdam e Paris In Your Eyes la avvicina alla Mitchell anni Settanta, il valzerone country My Tennessee Hills la vede duettare con Dolly Parton e I Hear You Sing Again adatta in musica una toccante dedica di Woody Guthrie alla madre scomparsa. Il capolavoro però è la spettrale title track, derivata da un componimento poetico che Janis, ancora adolescente, aveva scritto nel 1968 in omaggio al suo idolo Billie Holiday. 

 

To The 5 Boroughs

Sei anni dopo Hello Nasty, i Beastie Boys escono dallo studio di registrazione senza una ruga. I ragazzini terribili sono vicini alla mezza età, ma la personalità del gruppo consente loro di muoversi in assoluta libertà, senza condizionamenti generazionali. Potrebbe essere uno dei tanti inni alla old school, la vecchia scuola del rap tornata in auge a inizio millennio; e invece è molto di più, un album solido, divertente, irrimediabilmente punk nell’anima.

Al valore poetico, An Open Letter To New York City aggiunge la citazione della Sonic Reducer dei Dead Boys, mentre la focosa 3 The Hard Way contiene un inatteso passaggio in italiano.

Honkin’ On Bobo

I cinque musicisti di Boston, splendidi cinquantenni in forma smagliante, omaggiano le loro radici blues, passando attraverso Sonny Boy Williamson (Eyesight To The Blind), Willie Dixon (I’m Ready) e persino una convincente Jesus Is On The Main Line, ripresa dalla tradizione popolare. La voce particolare di Steve Tyler rende unica anche la versione di Stop Messin’ Around dei Fleetwood Mac. Trascurabile The Grind, l’unico pezzo composto per l’occasione dalla band.

The Cure

Prodotto dal fan Ross Robinson e delusione di una carriera venticinquennale. Dispiace, soprattutto nel momento in cui Robert Smith gode di omaggi da ragazzini che lo riconoscono come idolo (dai Rapture ai più che discutibili Blink 182).

Cure fermi allo stereotipo, aggressivi senza ritegno e senza ragioni, e incapaci di canzoni memorabili (tutt’al più alcuni passaggi, salvando il salvabile) capaci di giustificare i troppi riempitivi.

MICK JAGGER/DAVE STEWART: Alfie

Nel remake dell’omonimo film del 1966 il leader degli Stones e l’ex Eurhythmics firmano quasi tutta la colonna sonora: canzoni e strumentali nello stile pop blues ballabile fatto apposta per il Jagger ultima maniera. Con la sua voce Mick caratterizza un paio di belle ballatone come Old Habits Die Hard e Blind Leading The Blind, duetta con Joss Stone in Lonely Without You e si distingue all’armonica in un paio di altri brani. 

 

Elvis At Sun

Di certo il rock’n’roll non "spunta" all’improvviso, grazie ad un colpo di bacchetta magica, ma trova le proprie origini in svariati generi ed interpreti neri e bianchi che nel tempo hanno man mano dato forma agli elementi che hanno contribuito alla sua apparizione. Ma se si vuole stabilire una data a partire dalla quale quello che era conosciuto con altri nomi diventa ufficialmente rock’n’roll, questa è sicuramente il 1954.

In quest’anno due artisti bianchi, il veterano Bill Haley ed il debuttante Elvis Presley, registrano a meno di tre mesi di distanza, rispettivamente Rock Around The Clock (12 aprile) e That’s All Right (6 luglio), due titoli che oramai vengono unanimamente considerati il "formale" punto di partenza di questa rivoluzione musicale.

A ricordare il "giubileo" dell’evento interviene questa antologia che ripropone tutta la produzione realizzata da Elvis per la Sun Records di Memphis fra il luglio 1954 e novembre 1955, in genere considerata come la sua migliore e la più spontanea. Oltre ai soli cinque singoli pubblicati all’epoca, che comprendono classici come il già citato That’s All Right, ma anche Blue Moon Of Kentucky, Good Rockin’ Tonight, Mystery Train ed altri, sono presenti altri nove titoli, con due versioni alternative, che negli anni vennero poi pubblicati dalla RCA Victor, la nuova etichetta alla quale Elvis si legò per tutta la carriera a partire dal novembre 1955.

Un disco assolutamente rilevante sia dal punto di vista qualitativo che da quello storico, ma per la cronaca è comunque necessario segnalare che questo materiale era già stato pubblicato in varie forme, sia in vinile che in CD, la migliore delle quali è stata sicuramente Sunrise (RCA/BMG, 1999).

Questo doppio CD con 38 titoli comprendeva tutto quanto riproposto da Elvis At Sun più tutte le altre versioni alternative Sun conosciute, due acetati registrati nel 1955 per una stazione radio del Texas, diverse versioni live del 1955 fino ad allora inedite, purtroppo tecnicamente non buone, ed i mitici quattro titoli, My Happiness, That’s When Your Heartaches Begin, I’ll Never Stand In Your Way e It Wouldn’t Be The Same Without You, che Elvis registrò amatorialmente nel 1953/1954 prima di intraprendere la carriera.

Salt

La strada tracciata da O Corpo Sutil e Mundo Civilizado continua a dare la direzione da seguire. I risultati sono sempre di buon livello, con qualche punta particolarmente alta come Personagem e Jardim De Alma. Stavolta però affiora qualche arrangiamento un po’ di maniera, che finisce col penalizzare anche la voce di Lindsay (caratteristica, ma non certo il suo punto di forza).

Christmas

Seguendo le orme dei suoi eroi, Isaak non si sottrae alla tradizione tutta anglosassone del disco natalizio. Tra i classici ineludibili del genere interpreta Rudolph The Red-Nosed Reindeer, Santa Claus Is Coming To Town (con l’ospite speciale Stevie Nicks), Auld Lang Syne e White Christmas. Con il suo inconfondibile stile vocale fa sembrare tradizionali anche i brani usciti dalla sua penna.