Live From Chicago’s House Of Blues

Aykroyd, nel tempo libero dagli impegni cinematografici, è artefice della fondazione House Of Blues, destinata a preservare il patrimonio musicale dei neri. L’iniziativa si evolve in una catena di locali dedicati al blues, e in un dignitoso e nostalgico disco live, con partecipazione di vecchie glorie come Charlie Musselwhite, Sam Moore, Eddie Floyd.

Mundo Civilizado

Un album cantato in gran parte in portoghese con parti ritmiche fortemente influenzate da techno e drum ‘n’ bass ha ottime probabilità di trasformarsi in un disastro. Lindsay invece riesce brillantemente nell’impresa, coinvolgendo fra gli altri Vinicius Cantuaria e Marisa Monte.

Come ulteriori tocchi eclettici, ci sono cover di Prince (Erotic City) e Al Green (Simply Beautiful).

Blood On The Dance Floor: HIStory In The Mix

I fasti commerciali di Thriller non torneranno mai più e l’ex gallina dalle uova d’oro sembra in crisi creativa. I discografici cercano allora di far quadrare i bilanci con un album che affianca cinque fiacchissimi inediti a otto remix di brani tratti da HIStory e affidati alle cure di deejay come Terry Farley e musicisti come Wyclef Jean dei Fugees. Consigliabile solo a chi già possiede l’intera discografia del cantante.

Box Set

Un’antologia ricca e cervellotica. Nel primo e terzo CD, in fastidioso ordine non cronologico, una serie di demos, registrazioni in studio e nastri live dal 1965 al 1970. Nel secondo disco un concerto al Madison Square Garden del 1970. Nel quarto una superflua selezione di brani celebri dei Doors scelti personalmente da Manzarek, Densmore e Krieger.

Direction Reaction Creation

Il box set dei Jam, affidato alle cure dell’ex manager Dennis Munday, mantiene le promesse. Quattro dischi per ripercorrere cronologicamente e in edizione rimasterizzata tutti i (117) brani pubblicati nelle versioni ufficiali di studio, tra singoli e album; un quinto disco di rarità assortite che include tre inediti assoluti (due di Weller, uno di Foxton) e una nuova manciata di cover, tra la beatlesiana Rain (Weller accompagnato dal produttore e da un roadie, anziché dai Jam) e la ballata soul Every Little Bit Hurts, la celeberrima Stand By Me e Dead End Street dei padri putativi Kinks. In aggiunta un bel libretto ricco di foto, aneddoti e memorabilia, corredato da discografia ed elenco dettagliato di tutti i concerti tenuti dalla band in sei anni di vita.

Hai paura del buio?

Considerato quasi all’unanimità il miglior album degli Afterhours (e uno dei migliori dell’intero rock italiano anni Novanta), contiene singoli-inno come Male di miele e Sui giovani d’oggi ci scatarro su e futuri classici delle esibizioni live del gruppo come Voglio una pelle splendida e 1.9.9.6.

Testi efficacissimi, all’insegna del riso amaro, e un incisivo alternarsi di asprezza e melodia fanno di questo disco l’ideale primo passo per avvicinarsi all’opera della band.

Evergreen

McCulloch e Sergeant si sono già riavvicinati con il progetto neo-psichedelico Electrafixion (Burned, WEA, 1995, &Stelle=2;) e sembrano intenzionati, fin dall’ambientazione notturna e floreale della copertina (che ricorda quella di Crocodiles), a rinverdire i fasti degli esordi.

Ci riescono solo in parte, con una sequenza di ballate nostalgiche ad alto tasso melodico come In My Time, Just A Touch Away e Nothing Lasts Forever: quest’ultima, in particolare, evidenzia il debito maturato da Oasis, Blur e tutto il brit pop anni ’90 nei loro confronti, ma anche la difficoltà di tenere il passo con i più freschi discendenti.

S.C.I.E.N.C.E.

Un album tra i più sagaci e divertenti della generazione nu-metal. La musica degli Incubus rimbalza come un elastico tra i generi, come nell’electro-hip hop-funk-metal di Redefine che si tende o allenta con variazioni magistrali; e poi gioca con accenni disco (Vitamin), drum and bass (lo strumentale Magic Medecine) e percussionismo tribale (New Skin), riff robusti (A Certain Shade Of Green) e sincopi ultrametal in versione hi-tech (Nebula). C’è odore di Faith No More, specialmente quando il discorso si fa più rilassato e ironico: Summer Romance è una Evidence marchiata Incubus.

Blues Brothers 2000

A ulteriore sfruttamento Landis realizza un sequel al primo inarrivabile film, che gioca su elementi e personaggi familiari ma che non può e non riesce ad avvicinare il mito. Vale tuttavia per l’impressionante parata di stelle del blues (da Paul Butterfield a Clapton, da Winwood a Taj Mahal ai Blues Traveler, per citare solo i meno vecchi).

Se il film non è granché, meglio fa la relativa colonna sonora, prevedibile ma trascinante.

Homework

Around The World è uno dei pezzi dance, da pista ma anche da ascolto, manifesto del nuovo movimento elettronico diffusosi in Europa sul finire degli anni ’90: con i Daft Punk la Francia ha scippato l’Inghilterra del titolo di nazione europea regina della house music.

Tabula rasa elettrificata

Un viaggio in Mongolia è il fattore che maggiormente (forse eccessivamente) influenza dal punto di vista sonoro e lirico un disco che clamorosamente li catapulta (anche se per una sola settimana) al numero uno in classifica. Le radio addirittura trasmettono un loro brano (Forma e sostanza). Il fatto è rilevante, anche se Ferretti è portato a commentare, con il titolo del brano che chiude il disco, M’importa ‘na sega.

Blur

Finiti in un vicolo artisticamente cieco, i Blur si chiamano fuori dalla lotta per la ribalta del britpop e voltano pagina con un disco sorprendente per coraggio e spirito innovativo.

Il pop viene accantonato nella forma esteriore, per lasciare affiorare tutte quelle sonorità che si erano insinuate negli anni: Elettronica, rumore, psichedelia, trip-hop, krautrock, anche i Beatles del White Album (Beetlebum) o il Bowie berlinese (M.O.R.).

È un’iniziativa di grande coraggio, che elimina quasi del tutto la melodia di primo piano per lasciare affiorare quel che sta dietro, che evidenzia le armoniche delle note fondamentali dei Blur, e che soprattutto conferisce al gruppo una consistenza creativa che nessun altra band del Britpop ha mai avuto, Oasis in primis.