Black Love

Un altro a disco a tema sulle relazioni tra le persone. Può sembrare una variante "hard boiled" di Gentlemen ma ha l’ottima scusa della qualità dei suoi pezzi: Crime Scene Pt. I, Honky’s Ladder, Going To Town, My Enemy, Double Day, Blame Etc., Bulletproof sanno come graffiare o lambire il cuore di chi ascolta. Paul Buchignani ha sostituito Steve Earle alla batteria.

The Week Never Starts Round Here

Il duo scozzese è ancora crisalide, il debutto un feto triste e scheletrico. Già è inconfondibile, tuttavia, il bricolage elettronico/acustico da pub all’ora di chiusura. Western fantasma (I Work In A Saloon), stornelli celtici (General Plea For A Girflriend), odi a Kate Moss e un singolo dal decollo indolente che la dice già lunga: The First Big Weekend.

Cypress Hill III: Temple Of Boom

Un passo indietro, anzi due. La qualità delle canzoni è in calo, benché Killafornia e Throw You Set In The Air siano da aggiungere alla lista d’eccellenza, e il suono si va sfilacciando. Colpa dei sempre più frequenti impegni esterni di Muggs, produttore non solo hip hop, e di un Sen Dog animato da smanie soliste.

La disgregazione si concretizza poco dopo la pubblicazione del disco: Dog lascia, B-Real lancia con scarso successo l’album The Psycho Realm (Columbia, 1997, &Stelle=2;), realizzato con i rapper Duke e Jacken. A fare centro è viceversa il geniale disc jockey di origine italiana, che in Muggs Presents… The Soul Assassins (Columbia, 1997, &Stelle=4;) raduna ed esalta uno squadrone di fuoriclasse, da Wyclef Jean a KRS-One, fino ai colleghi Dr. Dre e RZA, con lui i produttori più acclamati dell’ambiente.

All Set

A vent’anni dalla loro prima esibizione live, i Buzzcocks rialzano la testa pubblicando il migliore dei loro album post-reunion. Una produzione spartana ma efficace, opera di Neill King, «veste» tredici brani di buon rock chitarristico che assicurano alla band un sorprendente successo americano.

Trailer Park

Il vero debutto in società della Orton sintetizza in forma originale le sue precedenti frequentazioni della scena dance con l’impronta cantautorale di un Martyn o di un Nick Drake: nascono così ipnotiche ballate electro folk come She Cries Your Name e Touch Me With Your Love, sospese tra groove e melodia, campionatori e violoncelli.

Il fragile e seducente registro di soprano della vocalist tinge uniformemente un disco a due facce: l’arpeggio acustico da folk club prende il sopravvento in Don’t Need A Reason, Sugar Boy e nella cover delicata di I Wish I Never Saw The Sunshine (Ronettes), la pulsazione elettronica prevale in pezzi più sperimentali come Tangent e Galaxy Of Emptiness.

Myra Lee

Canzoni semplici cantate con una voce che non si dimentica. L’album d’esordio della ventiquattrenne Chan Marshall, questo il vero nome della cantante, è permeato di malinconia e spazia da episodi semi-acustici come Enough a brani di classico rock chitarristico come We All Die.

In scaletta anche una riuscita cover di Still In Love di Hank Williams.

Il dado

Dopo avere firmato la colonna sonora di Cuori al verde di Giuseppe Piccioni, Silvestri, a cui la complessità non giova, si imbarca nella realizzazione del terzo album, un progetto ambizioso sulla doppia distanza che finisce col fargli più male che bene.

Tra i brani si segnala Cohiba, inno a Che Guevara di cui il musicista è fervente ammiratore: finisce col diventare la canzone simbolo del disco e delle esibizioni.

More Joy, Less Shame

Ani spezza un altro tabù del folk establishment, sottoponendo le sue canzoni alla centrifuga dei remix: dei sei pezzi in scaletta, quattro sono versioni dance e destrutturate di Joyful Girl (dal disco precedente), con l’aggiunta di un remix di Shameless e di una Both Hands dal vivo con l’Orchestra Filarmonica di Buffalo, inclusa anche nel successivo Living In Clip.

Razorblade Suitcase

A chi maliziosamente insinua che i Bush abbiano voluto Steve Albini in consolle perché ha prodotto In Utero dei Nirvana, Rossdale risponde citando Surfer Rosa dei Pixies. Persino il grafico, Vaughan Oliver, è lo stesso che firmava le copertine dei Pixies.

L’album scala ancora le charts statunitensi, e c’era da aspettarselo, poiché Swallowed è un notevole martello a base di rock crudo e distorto, melodia e romanticismo esasperato (e disperato); l’unico davvero avvincente in un bigino grunge piatto e derivativo.

Dilate

Ani è cambiata: non tanto nel linguaggio crudo ed esplicito (un sonoro "fuck you" incornicia il refrain di Untouchable Face, mentre Superhero e Napoleon riprendono il filo del discorso sul tema di ego e corruzione mercantile), quanto nella spregiudicatezza musicale. Se Shameless sembra un omaggio a James Brown con chitarra acustica e Outta Me Onto You svela un’insospettata ferocia di stampo nu metal, il vero spiazzamento arriva con una rielaborazione in chiave elettronica/trip hop della celeberrima Amazing Grace: molto più vicina ai Portishead che a Woody Guthrie.

All This Useless Beauty

Ribaltando, parzialmente, il concetto di Kojak Variety, McManus si riappropria di alcune canzoni scritte con o per altri artisti (McCartney, Aimee Mann, Roger McGuinn, la cantante folk June Tabor) e completa il quadro con alcuni inediti.

Un disco elegante, suonato benissimo dagli Attractions e ingiustamente sottovalutato: che contiene una delle sue più belle ballate di sempre, All This Useless Beauty.

O Corpo Sutil — The Subtle Body

Lindsay si arrende alle radici brasiliane e all’influenza del Tropicalismo. Niente rumorismo e dissonanze, qui prevalgono un approccio gentile e suoni acustici. La voce del protagonista canta in inglese e portoghese, e i musicisti coinvolti sono artisti spiritualmente affini a Lindsay (Brian Eno, Ryuichi Sakamoto, Bill Frisell), ma anche Nana Vasconcelos e Vinicius Cantuaria.