Cold Hands

Il disco è preceduto dal mini Drinkin’, Lechin’ & Lyin’ (Ampetamine Reptile, 1989 &Stelle=3;). Cold Hands, la cui copertina è un tributo senza veli alla bellezza di Christina, prosegue nel recupero delle radici blues del rock, filtrate con punk e noise, che i due coniugi avevano intrapreso nei Pussy Galore.

Per ovvi motivi, l’attività dei Boss Hog va a intermittenza con quella di Jon Spencer Blues Explosion.

The Vegetarians Of Love

Geldof non ha fretta e si prende anni per realizzare un seguito, questa volta convincente. La musica recupera un certo spirito Boomtown, si fa semplice e da strada, mentre emergono piacevoli venature di folk irlandese che ricordano un po’ il gusto dei Waterboys, e anche tracce dylaniane (A Rose At Night).

Prodotto da Rupert Hine, il disco produce un singolo di successo come The Great Song Of Indifference, ripreso anni dopo in Italia dai Modena City Ramblers.

Heaven Or Las Vegas

Il disco di maggior successo: vellutato, più conciso del solito nella ricerca di un formato pop (alla maniera dei Cocteau Twins, però) che le prove precedenti avevano un po’ perso di vista. Il singolo apripista Iceblink Luck offre ritmo sostenuto, chitarre slide ed una Fraser dal timbro più terreno e sensuale. Il resto scorre tra belle ballate (Fifty-fifty Clown) e qualche timido accenno alla contemporaneità (le influenze hip-hop di Pitch The Baby).

Slaves And Masters

L’ennesimo litigio tra Blackmore e Gillan porta all’allontanamento di questo ultimo, sostituito da Joe Lynn Turner, compagno di avventura del chitarrista nei Rainbow. Il disco ha lo scopo di accontentare i fan americani, con un suono più morbido e non a caso il singolo scelto è la ballata Love Conquers All, che resta ad oggi l’ultimo brano di successo del gruppo.

ENO/JOHN CALE: Wrong Way Up

Quindici anni dopo Before And After Science, Eno torna a sorpresa alla canzone, appoggiandosi a un amico che pendola anch’egli volentieri fra songwriting e musica colta — John Cale, il non dimenticato Velvet Underground.

Parrebbe uno scoop, ma non ne viene granché: sono canzoni intelligenti ma senza troppa verve, che restano un po’ moscie sulla carta nonostante la cura degli autori e il fine intarsio elettro-acustico.

Aion

I Dead Can Dance sono nella piena maturità espressiva e sfornano un’altra delle loro prove migliori. Sorretti da una produzione impeccabile, i pezzi del disco sono di matrice tradizionale o comunque ispirati alla musica antica. Saltarello (direttamente dal XIV secolo) e l’ipnotica Fortune Presents Gifts Not According To The Book, ben servita dal timbro baritonale di Perry, entrano di diritto nel loro repertorio migliore.

Mixed Up

Remixaggi di tendenza a cura di Paul Oakenfold, William Orbit, Francois Kevorkian e, tra gli altri, anche lo stesso Robert Smith e Chris Parry, il manager di sempre. È il periodo in cui l’ibrido rock/dance da Manchester è all’ordine del giorno. È inedita Never Enough.

Charmed Life

Altra lunghissima pausa: al buon Billy fare l’artista interessa meno che godersi la vita. Il disco comunque è meglio di quanto si poteva sperare, sicuramente il più ragionato della sua carriera. Tuttavia poco dopo la pubblicazione il cantante ha un drammatico incidente motociclistico e rischia l’amputazione di una gamba. Deve girare con un bastone, e nel video di Cradle Of Love è inquadrato dalla vita in su.

Left For Dead

Ristampato quasi subito dalla Sisapa/Curb con una copertina diversa e un pezzo on più (I Could Never Lose Your Love), ripropone l’ennesimo giro di valzer nella formazione, architettato come sempre da Talbot e Molina: entrano il cantautore Sonny Mone (voce, chitarra) e l’ex chitarra solista dei Rain Parade, Matt Piucci.

"Younghiano" in modo quasi plateale, Sonny Mone trascina la band in un album ancora più pesante, tagliente ed elettrico di Crazy Moon, impreziosito dalla bella solista di Piucci (che fra l’altro firma con Billy Talbot l’acustica e commovente You And I). Ed è un’altra parentesi isolata nella non sempre facile collaborazione tra Neil Young e i suoi amici più fedeli, documentata con grande acutezza psicologica da Jim Jarmush nel documentario Year Of The Horse.

Head

Con l’ingresso del batterista Mac MacNeilly il puzzle è completo. I tre strumentisti della band di Chicago non solo sono in grado di esibire grande tecnica in un comparto sonoro a cavallo tra i terrorismi di hardcore e noise (7vs8, Waxeater), ma anche composizioni studiate — come quella, liricissima, di Pastoral — e anticipi di post rock (Tight’N’Shiny). C’è poi il vocalismo disgraziato di David Yow, coprofilo cuor di bue che rantola, ringhia, blatera, urla, e non “canta” certo nel senso più lindo e pulito del termine, assicurando un quid di teatrale schizofrenia all’insieme finale. Pure/Head (Touch And Go, 1993, &Stelle=4;) raccoglie in un unico CD i primi due dischi dei Jesus Lizard.

 

Oltre

Sono passati quattro anni e sono successe molte cose, e tutte si leggono tra le pieghe di questo album sofferto e ambizioso, tra musica etnica e involutissimo viaggio interiore. Nel 1988 subisce la feroce "vendetta" dei duri e puri del rock in un festival torinese che lo affianca a Springsteen, Gabriel e Sting: è subissato di sputi e bottiglie, mentre dietro di lui campeggia, ironicamente, lo striscione che chiede di rispettare i diritti umani.

Scosso e deciso a far vedere che ha uno spessore, promette un album ai fan, anzi, li induce a prenotarlo per il Natale 1988 pagando in anticipo, salvo poi lasciar perdere e pubblicare molto tempo dopo questo lungo, barcollante tentativo di andare "oltre" lo smarrimento, circondandosi di nomi rispettati: Paco De Lucia, Pino Daniele, Mia Martini, Youssu N’Dour, Phil Palmer e Tony Levin.

Smooth Noodle Maps

Tentativo di entrare nella scia della techno, influenzandola con le proprie riflessioni (Post Postmodern Man). E qualche divertimento per i vecchi fan (Devo Has Feelings Too). Ma poco altro.

Con diverso entusiasmo i due fondatori si dedicheranno ad altre attività: Mothersbaugh alle musiche per film e spot pubblicitari e Casale alla direzione di video (Foo Fighters e Soundgarden).