Spike

La nuova casa discografica mette a disposizione un grosso budget, e così accorrono gli ospiti di lusso: da Roger McGuinn (nel jingle-jangle …This Town…) a sir Paul Mc Cartney, che imbraccia il basso Hofner e collabora alla scrittura di due pezzi (tra cui la sbarazzina Veronica).

Elvis, nel frattempo, fa il giramondo: incide a New Orleans con Allen Toussaint e la Dirty Dozen Brass Band (Deep Dark Turthful Mirror è un gioiellino), poi si sposta a Dublino per incontrare la crema del folk revival irlandese e fissare su nastro un feroce attacco a Margareth Thatcher, Tramp The Dirt Down.

Pump

Dopo tre lustri di carriera il gruppo riesce a pubblicare un altro capolavoro, dove il rock arcigno della chitarra di Perry si sposa alla perfezione con la voce stridula e generosa di Tyler. La successione delle canzoni è memorabile, appaiono retaggi di southern rock e r&b. I nuovi hit si chiamano Love In An Elevator, Young Lust e soprattutto Janie’s Got A Gun, torbida storia di sesso e tradimenti, ispirata da un fatto di cronaca.

Disintegration

A dieci anni dal loro esordio e alla fine del decennio che li ha visti diventare un complesso adulto e smaliziato, i Cure tornano per un attimo al trio di dischi dei primi anni ’80 (la title-track sta tra A Forest e One Hundred Years), alle atmosfere gonfie di tristezza e commozione. Negli arrangiamenti hanno un ruolo particolare la chitarra solista di Thompson e le tastiere di Chris O’Donnell, ex Psychedelic Furs (vedi Plainsong).

A distanza di anni Pictures Of You è la più adorata dai fan e la spiritata Lullaby un incubo per tutti gli aracnofobici. Si consuma la rottura con il membro fondatore Lol Tohlrust, cui per generosità sono attribuiti dei crediti che non avrebbe. Gli strascichi sono più umani che musicali, essendo stato una volta il migliore amico di Smith.

Blaze Of Glory

La produzione di Jackson è ormai un pendolo tra colonne sonore, sperimentazioni “colte” e album di canzoni. A quest’ultima categoria appartiene Blaze Of Glory, che rispolvera un’altra idea demodé, quella dell’album “concept”. Il suono è più sintetico e oggi un po’ datato, ma qualche canzone graffia il giusto: come Nineteen Forever, presa in giro delle rock star eternamente adolescenziali.

 

Pure

Il cantante David Yow e il bassista David Wm. Sims suonano insieme dai tempi degli Scratch Acid, band di culto texana sciolta nel 1987; quando nascono i Jesus Lizard, Sims ha nel frattempo suonato con i Rapeman di Steve Albini, colui che sarà produttore e mentore del nuovo complesso per tutta la carriera su Touch And Go. Il terzetto con batteria elettronica — alla chitarra c’è il bravo Duane Denison — ristruttura in parte la violenza marziale dei Big Black, servendosene per un martellante post-punk di impronta boogie (Blockbuster), tra piccole sceneggiature thriller (Bloody Mary) e tralignate digressioni strumentali (Jacket Made In Canada).

 

Abbi dubbi

“Non ebbi dubbi mai solo sul rock’n’roll”. La grande crisi pare passata, anche se è chiaro che il Bennato gigione di Viva la mamma (14 settimane al n.1) non sarà mai più quello di Affacciati affacciati.

Se non altro è tornata la voglia di divertirsi, e questo disco senza pretese lo riconsegna al grande pubblico, preparando il terreno alla ciclopica operazione di Un’estate italiana, sigla dei Mondiali ’90 composta con Moroder, che lo spara al n.1 per mesi insieme a Gianna Nannini — nonostante (si dice) un rapporto freddino.

Liver Than You’ll Ever Be

Benché il complesso non sforni nuovo materiale in studio, se non il singolo All The Way Down, le riunioni occasionali per i concerti sono più d’una.

Liver Than You’ll Ever è la registrazione di uno show al Ritz di New York, il 26 dicembre 1987. All’appello manca Jeff Magnum. Tutto è comunque destinato ad interrompersi nel 1990 quando un incidente stradale porta via Stiv Bators.

IAN McCULLOCH: Candleland

Desideroso di coltivare le sue ambizioni cantautorali, il leader dei Bunnymen confeziona un album intenso, che aggiunge ai sapori consueti echi di Leonard Cohen, Cure e New Order.

Si alternano atmosfere rock (In Bloom) e favolistiche (la title track ospita la voce di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins), ma l’episodio più toccante è Start Again, delicata elegia alla memoria del padre e dell’ex compagno d’avventure Pete De Freitas, entrambi scomparsi da poco.

Sound + Vision

In un momento molto particolare (da anni erano irreperibili i suoi dischi più noti) esce un cofanetto che mescola brani celeberrimi a demo, live, registrazioni alternative e rarità. Ristampato con aggiunte nel 2003, è uno dei rari casi in cui sia il collezionista che il neofita possono rimanere soddisfatti da una simile operazione.

3 Feet High And Rising

I De La Soul conquistano straordinaria visibilità con il successo radiofonico del singolo Plug Tunin’, per salire al vertice della classifica di vendita dei 33 giri con le 24 tracce dell’album di debutto.

È il battesimo della "Daisy Age", l’era del rap dei fiori e dell’ironia, capace di far leva in The Magic Number su un vecchio pezzo country di Bob Dorough, di giocare con l’ego a fumetti di Me, Myself And I e di realizzare con i gruppi amici A Tribe Called Quest e Jungle Brothers il manifesto afro — hippy Buddy. Regista dell’operazione è Prince Paul, anima degli Stetsasonic e fondatore della Tommy Boy Records.

Trash

Al momento giusto, il vecchio mostro torna a uscire dall’armadio: Poison e Bed Of Nails (scritta col produttore Desmond Child e, incredibile, con Diane Warren — leggi: Titanic) lo rilanciano in hit-parade, facendolo conoscere a una nuova generazione. Per i temi meno horror e per la presenza come ospiti della cerchia di amici graziati dal citato produttore (Aerosmith e Bon Jovi, ma anche Steve Lukather dei Toto e Stiv Bators dei Dead Boys) è un album odiato dai fan più militanti, che lo preferivano derelitto e invenduto.

Tin Machine

Oplà, nuovo ribaltone: il passato è mandato a remengo, e il nuovo chitarrista servente (Reeves Gabrels) è talmente influente da indurre il camaleonte a fondare un gruppo nel quale vorrebbe essere primus inter pares.

Dribblata con tale espediente l’ansia da classifica, il disco offre un ruvido rock ad alto tasso chitarristico e percussivo. Heaven on Earth è uno dei brani più eleganti di tutto il repertorio di Mr. Jones, ma per il resto ci si annoia presto.

Below The Waste

Gli Art Of Noise scoprono la musica etnica e decidono di miscelarla con l’elettronica: è questa la nuova sfida che li vede coinvolti nel 1989 quando producono Below The Waste. Dopo gli incontri di successo tra techno e pop, elettronica e pop, ambient e pop… falliscono la loro nuova sfida: il mix etno-electro non ha quella incisività necessaria per permanere nel tempo.

Swing The Heartache — The BBC Sessions

Raccolta completa di tutte le incisioni radiofoniche per la BBC, dal 1980 al 1983. Oltre alle canzoni più importanti e famose c’è un brano raro, Poison Pen, e l’altrettanto rara Night Time, cover di un gruppo (gli Strangelove) della compilation Nuggets (l’antologia di garage rockers americani dei ’60 curata da Lenny Kaye).

Journeyman

Russ Titelman aiuta E.C. a tornare più credibile con un non disprezzabile disco di pop rock che va da Hound Dog a Before You Accuse Me, da George Harrison a Ray Charles. Per garantire il risultato, i brani originali sono ridotti al minimo e i musicisti sono di ottima levatura, da Jim Keltner alla batteria al fiammeggiante Robert Cray che si alterna alla chitarra con E.C.

Rei Momo

Byrne continua a essere interessato alla musica per immagini e nel 1987 firma, con Ryuichi Sakamoto e Cong Su, la bella colonna sonora dell’ Ultimo Imperatore di Bertolucci. Poi però passa a tutt’altro e firma quest’album dove rivela il suo amore per il Brasile e i ritmi del Continente latino. Cumbia, merengue, bolero, salsa-reggae (come la famosa Loco de amor); non sarà una semplice infatuazione ma la via maestra degli anni a venire.