Sandinista!

A cavallo del decennio, i Clash sono per molti "l’unica rock band che conta". Loro se ne assumono la responsabilità, pubblicando un monumentale triplo LP (poi reimpacchettato in due cd) che allarga a dismisura il punto d’osservazione sul turbolento mondo circostante.

La musica è, coerentemente, un melting pot: oltre alla consueta playlist a base di rock, reggae e dub (celebrato con un’intera facciata) le antenne di Radio Clash captano stavolta valzer ribelli, ritmi disco, carnevali antillani, invocazioni gospel e i nascenti fermenti dell’hip-hop nero-americano (l’iniziale The Magnificent Seven).

Sicuramente ridondante, eccessivo e imperfetto: ma la miriade di epigoni successivi, nel mondo (Manu Chao, Rancid, Billy Bragg) e in Italia (Gang), dimostrerà negli anni la lungimiranza della sua visione "no global" e senza frontiere.

Panorama

Disco ambizioso ma spiazzante. In un’atmosfera cupa e dissonante, Ocasek sembra voler dare uno scrollone che faccia cadere i fan arrampicatisi sul versante commerciale della band, in favore di quelli che vi avevano individuato uno spessore autenticamente artistico.

Solo Touch And Go porta soddisfazioni in termini di classifica; per il resto, negli USA l’album viene bollato come una delle più grandi delusioni della storia del rock.

La band non mancherà di prenderne atto.

Just One Night

Una serata da favola al Budokan di Tokyo, dicembre 1979, in quintetto con Henry Spinetti, Chris Stainton, Dave Markee e un ottimo Albert Lee, che fa da seconda chitarra e occasionalmente canta.

Il primo disco illustra il Clapton più ammiccante e pop, da After Midnight a Wonderful Tonight, il secondo è un’emozionante immersione nei fondali blues della sua giovinezza — Robert Johnson e Otis Rush, Ramblin On My Mind e Double Trouble.

The River

Springsteen cresce artisticamente nella convinzione che gli album servano a far conoscere al grande pubblico le sue nuove canzoni ma anche che quest’ultime devono trovare la loro naturale collocazione nella scaletta dei concerti. Non essendo mai a corto di idee e con la convinzione di provare un’insanabile eccitazione nell’eseguirle dal vivo, incide un doppio album che contiene una ventina di eccellenti brani.

Uno schiaffo all’inutile parsimonia degli artisti rock di non eccedere, nei loro dischi, di troppe novità per non stancare i fan. Invece Springsteen si prepara al tour nel Vecchio Continente con un lavoro fitto di brani di grande impatto. Una crescita musicale che lo sta portando a diventare una rockstar apprezzata in tutto il mondo.

Oltre a The River, ascoltiamo Out In The Street, Sherry Darling e Hungry Heart, inconfondibili successi del Boss.

Einstürzende Neubauten

Nella terra di mezzo tra l’happening e il rumore si muove l’arte del gruppo tedesco.

La sua metallurgia drammatica, parallela e distinta dai contemporanei inglesi Throbbing Gristle e Cabaret Voltaire, è il riflesso di storiche avanguardie connazionali: il dada di Kurt Schwitters, il grido teatrale degli espressionisti, musicalmente lo sprechgesang, il canto declamato e atonale nato dalla dodecafonia schÎnberghiana, reso in una catastrofica versione punk. 

Gli Einstürzende Neubauten (vuol dire “nuovi edifici che crollano”) sono Blixa Bargeld (chitarra, voce, percussioni), F.M. Einheit (percussioni) e N.U. Unruh (percussioni, effetti). Berlinesi, avamposto del collettivo detto Die Genialen Dilettanten, si formano nel 1980 e, dopo trent’anni di attività continuativa, rappresentano climax e riferimento della scena post-industrial tedesca e internazionale.

 

 

Sono solo canzonette

A sorpresa, mentre le radio stanno passando i brani di ‘Uffà! Uffà!‘, Bennato appare in tv e presenta i brani del nuovo concept-album, molto più curato e robusto. Pinocchio lascia il posto a Peter Pan, e il meccanismo funziona ancora una volta, forse persino meglio: Ma che sarà, L’isola che non c’è, Il rock di Capitan Uncino e Sono solo canzonette lo vedono ai suoi massimi compositivi.

Il disco è la summa dei suoi temi poetici e musicali, e diventa un altro evergreen della musica italiana. L’Italia è ai suoi piedi e lui riempie gli stadi, dal San Paolo di Napoli a San Siro, a Milano.

Capo Nord

Con un atto inconsueto per i tempi, la cantante rompe con il suo "tutore" Lucariello e ne trova altri tre in Franco Battiato, Giusto Pio e Angelo Carrara.

Insieme a loro nasce un disco che anticipa le novità che Battiato e la sua "scuola" porteranno nel pop degli anni ’80: elettronica, testi ambiziosi e ritornelli solenni. Massimo esempio, Il vento caldo dell’estate.

Freedom Of Choice

La sperimentazione ha il suo fascino, ma vendere i dischi non fa schifo a nessuno. Ammorbidendo i toni, e incontrando un clima divenuto rapidamente favorevole ai suoni sintetizzati (merito dei Devo medesimi), i sei signori in bianco e rosso superano il milione di copie, grazie soprattutto ai singoli e ai video di Girl U Want e Whip It. Per il grande pubblico, questi sono i Devo.

The Blues Brothers

Sguardo truce, completo nero, occhiali da sole, battute fulminanti: nel film di John Landis, destinato a diventare uno dei più grandi cult movie, i due fratelli blues sono "in missione per conto di Dio", tra esilaranti avventure, figure storiche della musica nera (Ray Charles, James Brown, Aretha Franklin, John Lee Hooker) e riprese dei classici (come Everybody Needs Somebody To Love, di Solomon Burke).

Il relativo LP basta da solo a risollevare le sorti del blues americano.

Saved

Profondamente segnato dal gospel e dalla nuova fede e prodotto ancora una volta da Jerry Wexler e Barry Beckett, è migliore di quanto si dica in genere. Ascoltare per credere canzoni come Covenant Woman, In The Garden e Are You Ready.

A disturbare sono soprattutto i testi, laddove l’uomo del dubbio si è trasformato nel profeta delle certezze.

Wild Planet

Iniziano gli anni ’80, e i B-52’s li prendono per mano. La contagiosa voglia di party, la ricerca di un look che "buchi", il sapore di anni ’50 suggerito anche dall’avvento di Reagan sono presenti nel successo del quintetto.

Tuttavia si nota un minor numero di pazzie, un occhio ai sommovimenti underground e persino un po’ di angoscia, che rendono l’album inferiore al precedente, ma Private Idaho è più commestibile come singolo e ne traina il successo.

Iron Maiden

Con un background costruito in cinque anni di concerti nei club, si forgia la line up definitiva che formerà la più grande e importante heavy metal band della storia. Il primo capitolo discografico è l’EP The Soundhouse Tapes (Rock Hard, 1979), da tempo ambito pezzo da collezione, che evidenzia lo stille innovativo della band e che battezza di fatto il filone new wave of british metal. La formazione subisce alcune modifiche, ma il fulcro è sempre il bassista Steve Harris, attorno a cui ruotano il cantante Paul Di Anno, i chitarristi Dennis Stratton e Dave Murray e il batterista Clive Burr. Dopo l’apparizione sulla celebre compilation Metal For Muthas (EMI, 1980), firmano per la EMI e debuttano con un album capolavoro. Le radici hard rock sono il punto di partenza per un suono veloce, puntellato su due chitarre e su un basso sempre suonato in chiave solista. La voce roca e virile di Di Anno amplifica la bellezza di otto brani indimenticabili, da Prowler al singolo Running Free, dai ricami epici di Remember Tomorrow e Phanton Of The Opera, fino agli incubi strumentali di Transylvania, in un vortice sonoro, non privo di melodia, che subito conquista orde di fan.

The Swing Of Delight

Si estende ancora la venerabile ombra di Sri Chinmoy, che ispira almeno tre brani, ma la musica ha uno scatto di fantasia; spunti di godibile jazz moderno, più sostanza e idee dietro il velo delle "meditations" e "illuminations". E poi il cast: Santana riesce a radunare Tony Williams, Wayne Shorter, Herbie Hancock e Ron Carter, cioè il quartetto storico di Miles Davis per buona parte dei ’60.

Seventeen Seconds

Smith racconta di averlo scritto per gran parte in una sola notte, dopo essere stato malmenato da tre businessmen alla fine di un concerto a Newcastle. Simon Gallup è il nuovo bassista, occasionale ma importante la tastiera di Matthieu Hartley.

Lavoro scomponibile a coppie: il pop chitarristico e dai forti chiaroscuri di Play For Today e di M, vicino all’esordio, gli ectoplasmi vocali di Secrets e Three, il lento e ipnotico andare di In Your House e At Night, gli strumentali A Reflection e The Final Sound e quindi i due brani simbolo, la title-track e A Forest.

Soprattutto A Forest, per la condensa gelata che si respira tra la solennità nebulosa del synth, il rigore dell’arpeggio di chitarra iniziale e il tempo metronomico di basso e batteria; il singolo dark per antonomasia è un tour de force sensitivo di oltre sei minuti.

JOE JACKSON BAND: Beat Crazy

Incoraggiato da una riuscita cover di The Harder They Come di Jimmy Cliff (disponibile solo su EP e su alcune antologie), il musicista inglese si tuffa a capofitto negli abissi del reggae, del dub e dello ska giamaicano. Ci perde qualcosa in immediatezza: ma la title track, percussiva e tribale, è uno dei pezzi più divertenti e graffianti in repertorio, Mad At You un interessante esercizio di new wave psichedelica, One To One e Biology ulteriori esempi di uno sguardo acuto e ironico sui rapporti tra i sessi.

 

In The Flat Field

Il rock gotico celebra una pietra miliare, il testo della sua evoluzione a cavallo con la new wave. Nell’espressionismo dei primi Bauhaus è fondamentale la ritmica dei fratelli David J (basso) e Kevin Haskins (batteria): marziale in Double Dare, tambureggiante in In The Flat Field, convulsiva e farsesca in St. Vitus Dance.

Altro cumulatore di tensione è la chitarra, stridente e affilata, di Daniel Ash. La vera icona del complesso inglese è però il cantante Peter Murphy, figura carismatica e voce originalissima.

ENO/JON HASSELL: Fourth World Vol. 1 — Possible Musics

Ancora un lavoro in partnership, questa volta con il trombettista americano Jon Hassell. Una sorta di world music fantastica, con elementi di etnica, jazz ed elettronica.

Eno è cointestatario del progetto per il suo lavoro come produttore e musicista: i suoi strumenti sono "un raro Minimoog", "chitarre nebulari" e "un Prophet a elevata altitudine".

Fresh Fruit For Rotting Vegetables

Ecco un vivacissimo, delirante teatrino punteggiato da scenette surreali, dall’inizio all’inglese di Kill The Poor, che muta in hardcore da avanspettacolo, al rockabilly malevolo di Let’s Lynch The Landlord, al giretto di valzer che spezza Chemical Warfare.

Giù il cappello, ché ci vuole perfido genio a immaginarsi una California Über Alles in bocca al governatore Jerry Brown e invitare i bambocci viziati a regalarsi il più macabro dei paradossi, una Holiday In Cambodia. Ristampa in doppio CD con bonus (singoli extra tra cui Police Truck e Too Drunk To Fuck).

Uffà! Uffà!

La presenza dei bolognesi Gaznevada, il punkissimo singolo contro i venti di guerra Usa-Iran, i tre anni di attesa in cui l’anticonvenzionale e diretto Bennato ha osservato il ritorno della musica rock a formule anticonvenzionali e dirette fruttano un LP non riuscito, pieno di divertissement poco ispirati, anche se illuminanti sulla atipicità del suo autore.

Come gli capiterà spesso in carriera, il rocker di Bagnoli grida il proprio essere fuori dal coro — ma il fatto che esistano cori, naturalmente, gli fa parecchio comodo. I testi sono così autoreferenziali che viene persino inserita la beffa di Allora avete capito o no? “A me piace due per volta”, canta Bennato, che in gran segreto sta già per pubblicare un altro disco.

Get Happy!!

Desideroso di lasciarsi alle spalle lo stile new wave del disco precedente, Costello confeziona il suo primo "concept" musicale, cucendo per le sue canzoni abiti soul, di marca Stax, Hi e Motown.

Venti pezzi in scaletta (un’enormità, in epoca di vinile), due cover (Sam & Dave e Merseybeats), citazioni sfacciate (Temptation ricalca la Time Is Tight di Booker T & The MG’s), il disco fila liscio e compatto con una sequenza di pop/r&b succinti e senza fronzoli intervallati da ballate di gran classe (King Horse, Possession, Riot Act).

Sound Affects

Gessati e abiti mod stanno ormai stretti a Weller, che all’unitarietà del disco precedente replica con una raccolta di canzoni varia e coraggiosa che cerca di infrangere i limiti della formula del trio rock. L’apocalittica Set The House Ablaze e i ritmi da marcia di Pretty Green dimostrano che la rabbia non è ancora repressa, ma le dolcezze neopsichedeliche di Monday e la dinamica compositiva di Man In The Corner Shop sono l’indizio di una nuova maturità nello stile di scrittura del giovane “working class hero”. In Music For The Last Couple e in Scrape Away affiorano echi di ska e di dub, Boy About Town aggiunge una scattante sezione fiati r&b. Ma a Weller bastano voce e chitarra acustica strimpellata di getto per confezionare That’s Entertainment, reportage toccante e in tempo reale sullo stato di una nazione.

Made In America

Lo sfruttamento intensivo del fenomeno passa per un altro LP pubblicato in tutta fretta, che recupera altri classici Soul ma inflaziona il mercato, oltre a mostrare qualche cedimento.

La morte di Belushi, nel 1982, mette fine anzitempo a uno dei più redditizi fenomeni di nostalgia degli ultimi due decenni, e consegna il tutto al mito, rimasto intatto negli anni. Senza i due leader, la band prosegue anche una modesta carriera che vive esclusivamente sulla rendita del passato (Live In Montreux, Red White And Blues).