Setting Sons

Weller non nasconde le sue ambizioni e pensa ad un concept album ispirato a tre personaggi archetipi. Il progetto non prende corpo, ma il nuovo disco suona ugualmente compatto e unitario: l’interplay dinamico di chitarra, basso e batteria scatena fuoco e fiamme nelle cavalcate furibonde di Private Hell e Thick As Thieves e nell’incedere marziale di Eton Rifles. Lo stesso trattamento brutale è riservato ai ritmi Motown di Heatwave (Martha & The Vandellas: al piano c’è Mick Talbot, futuro alter ego di Weller negli Style Council), mentre il lato melodico e intimista della band di Woking si rivela tra i flauti e le chitarre acustiche di Wasteland e nella bella riscrittura “da camera” di Smithers-Jones, il miglior brano di Foxton già edito su singolo in versione rock/elettrica.

L.A. & N.Y.

Contemporaneamente il vertice della fama e il punto più inspiegabile del suo percorso artistico, ovvero Tu sei l’unica donna per me (grazie a uno spot tv, popolare anche tra i giovani del 2000 col nome Dammi il tuo amore… d’altra parte la pubblicità, che regna e comanda sul Paese, non include il ritornello). Una canzonetta fine a se stessa, stucchevole per linguaggio, arrangiamento e giro armonico. A suscitare il livore della critica è anche il fatto che in un momento di PCI ai massimi storici e indiani metropolitani, controcultura e scontrocultura, la canzonetta stucchevole sbaraglia la concorrenza e per 4 mesi domina la classifica. Davvero un affronto…

Look Sharp!

Un altro giovane arrabbiato e linguacciuto si affaccia sulla scena post-punk inglese, sulla scia di Graham Parker e di Elvis Costello. Con il primo condivide uno stile pub-rock scattante ed asciutto (One More Time, la velocissima Got The Time); con il secondo la sapienza melodica e un gusto rètro raro per i tempi (il primo singolo Is She Really Going Out With Him?). Alla saporita ricetta Jackson aggiunge ritmi giamaicani (Fools In Love, Sunday Papers) e sincopati di vaga matrice jazz (Look Sharp!).

 

Oneness: Silver Dreams, Golden Reality

Con la metà dei ’70 pareva che Santana avesse abbandonato la sua "seconda vita". Ci ritorna invece anni dopo con gli stessi accenti appassionati, questa volta in compagnia di un altro jazz rocker "illuminato", Narada Michael Walden.

Brani per lo più strumentali ma anche qualche canzone e un suggestivo tema popolare, Silver Dreams Golden Smiles.

Eat To The Beat

Sempre la stessa zuppa, ma al massimo dei livelli: Dreaming, Atomic, Union City Blue sono il punto di incontro tra rock, pop, disco, su cui la sapiente, disincantata vocalità della Harry esercita il proprio non indifferente potenziale seduttivo. Il momento d’oro si prolunga qualche mese dopo con Call Me, dal film American Gigolò.

Machine Gun Etiquette

Più che all’esordio il gruppo sembra offrire idee interessanti: Vanian ha accentuato le proprie tendenze "vampiresche", e Sensible, il cabarettista del gruppo, si è accostato alle tastiere con buoni risultati. Si sente la mancanza del furore batteristico di Scabies, ma grazie al bassista Algy Ward il suono mantiene un piglio gagliardo. Due singoli (Love Song, Smash It Up) salgono in classifica.

Spirits Having Flown

Un disco da divi: lezioso il giusto (Tragedy, Too Much Heaven) e capace di confermare lo status planetario ottenuto grazie al film con John Travolta. Non ottenne mirabili recensioni, ma nel frangente i fratelli Gibb erano decisamente al di là di qualsiasi considerazione critica: non c’era radio che non li trasmettesse, non c’era nazione in cui non vendessero milioni di copie.

Communique

Il successo, enorme, trionfale, inatteso, porta a una replica frettolosa ma ben confezionata, senza variare di una virgola, forte di altre lunghe ballate dall’incedere tranquillo, dagli ammalianti giri strumentali, tra blues e rock. Once Upon A Time In The West e Portobello Belle sono i brani più ispirati, Lady Writer l’hit single, che tuttavia non riescono ad avvicinare il primo album.

Three Imaginary Boys

Robert Smith (voce, chitarra), inglese originario di Crawley, nel Sussex, è un ventenne alla guida di un trio nato sui banchi di scuola. Gli esordienti Cure si distinguono per un pop rock fresco e malinconico, la cui ossatura netta è da cercarsi nei tre accordi del punk appena visto passare: linee melodiche che partono sovente dal basso di Michael Dempsey, chitarra con funzione ritmica e di spalla al lavoro scarno di Lol Tolhrust (batteria).

Il brio Pop punk (l’esotica Fire In Cairo) si stempera comunque in un sentore crepuscolare, proiettando ombre lunghe e vistose sulle più lente Another Day e Three Imaginary Boys. Stenterete a riconoscere Foxy Lady di Hendrix, trattata alla maniera dei Devo di Satisfaction.

I’m The Man

Uscito a ridosso del precedente, il secondo LP di Jackson ha il solo difetto di esserne una copia carbone. Poco male, comunque, perché la formula resta freschissima e le esecuzioni (con il medesimo trio, in cui spicca il basso rotondo di Graham Maby) anche: On Your Radio, Friday e I’m The Man sono nuovi sfavillanti esempi di power pop brillante e acuminato, It’s Different For Girls una melodica delizia.

 

Boys Don’t Cry

Three Imaginary Boys viene rivisto radicalmente per l’uscita americana, a cui viene dato un altro titolo. Tre quarti del debutto vengono mantenuti, come i balzelli di Grinding Halt e il mini thriller di Subway, mentre i lati A di tre 45 giri sostituiscono i pezzi scartati: Boys Don’t Cry, dotato di uno scattante giro di accordi, Killing An Arab (primo in ordine di pubblicazione) che colpisce per la sua mediterraneità e l’esistenzialismo naïf ispirato a Lo Straniero di Albert Camus, e Jumping Someone Else’s Train, dai motivi incrociati di basso e chitarra. La migliore scaletta non evita il flop commerciale.

In Inghilterra il siffatto Boys Don’t Cry è distribuito nel 1983.

Off The Wall

Dopo aver recitato il ruolo di bambino prodigio nei Jackson 5 e aver pubblicato alcuni album solisti limitandosi a mettere in mostra la sua bella voce e lasciando ai produttori della Motown il compito di confezionare un prodotto finale appetibile per il mercato, il ventunenne Jackson prende in mano per la prima volta le redini della propria carriera. Prodotto da Quincy Jones, quest’album mescola pop, rhythm&blues e disco music, con l’inconfondibile voce del cantante spesso e volentieri lanciata in un acrobatico falsetto. Scritta insieme a Stevie Wonder, I Can’t Help It è una delle canzoni migliori del disco assieme a Don’t Stop ‘Til You Get Enough, primo grande hit del Jackson solista.

Highway To Hell

Per la prima volta la produzione del disco non è affidata al duo Vanda & Young, ma al noto Robert John Lange e, complice una raggiunta maturità compositiva, la band sforna l’atteso capolavoro, che la proietta nelle classifiche di mezzo mondo e nei più importanti festival rock. Determinanti canzoni quintessenziali come la title track, Walk All Over You, Shot Down In Flames, ma aiuta anche l’immagine da eterno discolo del chitarrista Angus Young, assunto al ruolo di indiscutibile leader.

London Calling

L’odio-amore nei confronti dell’America, vista come terra di radici musicali e di complotti internazionali, scaraventa i quattro londinesi in una nuova dimensione: il terzo disco, doppio, è un’enciclopedia di suoni che non dimentica l’ardore punk (Clampdown e l’incandescente title-track) ma si espande con entusiasmo incontenibile fino ad includere il jazz da club afterhours, il rockabilly (la cover di Brand New Cadillac), ballate in stile Spector, ska/reggae rivoltosi e pulsante pop-rock (la traccia fantasma Train In Vain).

Tutto perfetto, rètro e moderno al tempo stesso: dalla copertina ("lettering" in stile primo Elvis, la foto in bianco e nero di Simonon che distrugge il basso sul palco), alla produzione scintillante ed asciutta del mago Guy Stevens, fino alle (grandi) canzoni, che parlano di violenza urbana (The Guns Of Brixton) e terrorismo basco (Spanish Bombs) in un utopico e febbrile anelito di internazionalismo rock.

L’edizione del venticinquennale, su doppio CD, regala un nutrito gruzzolo di demo (anche inediti, i cosiddetti "Vanilla tapes") saltati fuori dai cassetti di Mick Jones e, nella sezione DVD, interviste, filmati dal vivo e un documentario di 45 minuti girato in studio dal video maker giamaicano Don Letts.

The Fine Art Of Surfacing

È il disco che contiene I Don’t Like Mondays, splendida e paradossale celebrazione di un tragico fatto di cronaca americana (una ragazza che spara ai compagni di scuola perché "odia il lunedì"): è il singolo più famoso e venduto del gruppo (ancora al numero uno) in grado di trascinare in alto anche un album a fasi alterne, con tracce più evidenti di New Wave e spunti ottimi ma dispersi, olter alla consueta sagacia lirica di Geldof.

Duty Now For The Future

Qualcosa già scricchiola. Da un lato, altre band ricettive stanno rilanciando la sfida dell’avanguardia elettronica. Dall’altro, il disco di debutto era stato il risultato di anni di maturazione, di un accumulo di idee; per questo motivo, a sorpresa, il sestetto americano si dimostra più gracile del previsto.

Night Rains

Janis è una che ama le sorprese. Stavolta, spiazzando i fan di lunga data, fa comunella nientemeno che con Giorgio Moroder, il mago della eurodisco, che per il film Foxes (A donne con gli amici, esordio di Adrian Lyne) le confeziona un elegante pezzo da dancefloor, Fly Too High. Il resto del disco viaggia su tutt’altri binari: il pop soleggiato ed escapista di The Other Side Of The Sun, scritta a quattro mani con Albert Hammond (ne esiste anche una versione in spagnolo, popolare in America Latina), le tinte country della title-track, il delicato impressionismo di Jenny (Iowa Sunrise) con pianoforte di Chick Corea in stato di grazia.