Sotto il segno dei pesci

Disco cruciale: la contestazione e il riflusso, l’amore e l’impegno, le speranze pubbliche e le frustrazioni quotidiane finiscono nel grande affresco della canzone che dà il titolo al suo primo best-seller: i più integralisti inorridiscono, ma Venditti l’umore della piazza lo conosce, come dimostrerà spesso. Nel disco risaltano anche Sara, la criptica Bomba o non bomba, la piccola satira mediatica Il telegiornale, e il tentativo di ricomposizione con De Gregori, Francesco.

Armed Forces

Elvis è ormai un nome che conta sulla scena britannica ma comincia a pagarne le conseguenze. Il nuovo album è una tranche de vie scritta e realizzata tra un tour e l’altro, a malapena velata dal desiderio (confessato) di emulare il pop melodico e "commerciale" degli Abba.

Stress ed eccessi della vita on the road sfociano in un disco ansiogeno e un po’ frettoloso, vivace e con qualche riempitivo. Accidents Will Happen e Oliver’s Army, però, basterebbero da sole a portare in attivo il bilancio: la seconda soprattutto, che impiega un irresistibile ed orecchiabile ritornello per parlare di un argomento serissimo (l’arruolamento "forzato" dei giovani sottoproletari disoccupati nell’esercito di occupazione in Irlanda).

1978 Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano

Il gruppo è attraversato da tensioni interne, non sempre feconde. Tofani, Stratos e Fariselli hanno pubblicato album solisti, nei quali sembrano trovarsi più a loro agio. Ma gli Area sono diventati, imprevedibilmente, un’istituzione: la loro posizione di avanguardia del movimento musical-rivoluzionario crea fortissime attese per ogni loro mossa.

Passati all’etichetta di Caterina Caselli, sorprendono con un tentennante tentativo di rientrare negli schemi della canzone. L’anno successivo Stratos lascia il gruppo. Morirà pochi mesi dopo di leucemia.

If You Want Blood, You’ve Got It

È un vano tentativo di fotografare la forza dei loro concerti, che diventa una raccolta dei loro brani migliori, sporcati dall’attitudine selvaggia del gruppo, che sul palco getta tutta la forza della tradizione del rock solare e rovente della sua terra.

Shiny Beast (Bat Chain Puller)

Rimasto senza band, Beefheart si prende una lunga pausa, rientra negli USA, si riavvicina a Zappa (un disco cointestato, Bongo Fury) e si allontana dalla musica, preferendo dipingere. Un disco già pronto (titolo Bat Chain Puller) viene accantonato e le canzoni riregistrate e pubblicate con il nuovo titolo Shiny Beast.

Nonostante non riesca ad avere una carriera regolare, il Capitano sembra aver trovato un nuovo equilibrio artistico, con un conseguente ritorno alla bella creatività di un tempo.

Briefcase Full Of Blues

Da una serie di trasmissioni del 1978 vengono tratte le canzoni del primo LP (Soul Man, di Sam & Dave, è la più nota), introdotte da quello che diventerà il tema dei Blues Brothers (I Can’t Turn You Loose, di Otis Redding).

Formidabile spiegamento di forze (Steve Cropper, Matt Murphy, Donald Dunn, sezione fiati come nelle soul revue di una volta), grande successo di pubblico, milioni di copie vendute e idea che viene subito ampliata e sfruttata per il cinema.

A Tonic For The Troops

L’equivoco si chiarisce quasi subito: i Rats non sono un gruppo Punk ma una vigorosa band di pop rock, con un leader capace di grandi performances in un gergo smozzicato, di scrivere canzoni scomode su Hitler (I Never Loved Eva Braun) e suicidio (Living In An Island).

Del Punk rimane solo l’energia di brani quali Like Clockwork, She’s So Modern e Rat Trap (al primo posto in classifica).

We Have Come For Your Children

Prodotto da Felix Pappalardi, il secondo LP dei ragazzi morti è sempre un disco energico ma meno selvaggio e debordante dell’esordio. Contiene 3rd Generation Nation, Son Of Sam, (I Don’t Wanna Be No) Catholic Boy, una versione di Tell Me dei Rolling Stones e Ain’t It Fun, in principio dei Rocket From The Tombs.

Nel 1979, con George Cabaniss al posto di Chrome, un lungo e travagliato tour porta i Dead Boys in tutta America a diffondere il proprio verbo oltraggioso.

An American Prayer

I Doors sono stati trascurati nei ’70 ma quest’album ribalta la situazione, accendendo la fantasia degli appassionati e di nuovi estimatori.

Morrison aveva sognato per tutta la vita un disco con le sue poesie recitate; qui viene accontentato ma deve pagare il pegno di fastidiose sovraincisioni curate dai tre rimasti della band più un fraterno amico di Morrison, Frank Lisciandro. Il culmine è alla fine, con i versi di An American Prayer immersi nella melassa dell’Adagio celebre di Albinoni.

This Year’s Model

Rimpiazzati con il dinamico trio degli Attractions i session men americani Clovers (da cui nasceranno i News di Huey Lewis), il songwriter londinese sbaraglia la concorrenza con un album che mantiene le promesse del titolo, cavalcando la "nuova onda" della musica inglese a dispetto dei numerosi vezzi retrò (gli omaggi al beat di Stones, Kinks e Small Faces, il Farfisa sibilante di Steve Nieve, il suono secco e nervoso in stile pub rock orchestrato dal produttore Nick Lowe).

Costello sciorina con voce adenoidale testi logorroici come pochi avevano osato dopo Dylan (I Don’t Want To Go To Chelsea), pompa adrenalina e cattiveria in Pump It Up e nella convulsa Lipstick Vogue, mostra la stoffa del melodista di razza in Little Triggers e non dimentica la polemica politica (Night Rally, assente dall’edizione americana pubblicata dalla Columbia).

The Cars

Questa è la ricetta di Ric Ocasek e Ben Orr, i due leader del gruppo, che parlano d’amore a una nuova generazione di american boys con Just What I Needed, My Best Friend’s Girl, Good Times Roll e You’re All I’ve Got Tonight, tuttora nelle playlist delle FM d’oltreoceano.

In CD c’è anche la versione "deluxe" della Rhino Records, con 5 inediti.

Janis Ian II

Il disco “jazz” della Ian, contraddistinto con il numero romano II per distinguerlo dall’omonimo album di debutto. Accompagnata da una formidabile sezione ritmica (Richard Davis, Ron Carter e Steve Gadd), la cantautrice sfoggia tocco e padronanza tecnica al pianoforte mettendo in tavola un altro bel gruzzolo di articoli pregiati: Do You Wanna Dance? sta elegantemente in bilico tra Carole King, Joni Mitchell e Herbie Hancock, Silly Habits flirta inappuntabilmente con la tradizione (tanto da convincere il grande Mel Torme ad interpretarla in duo con l’autrice), That Grand Illusion è “sophisticated pop” allo stato puro, I Need To Live Alone Again continua la tradizione delle ballate spezzacuori. 

 

Q: Are We Not Men? A: We Are Devo!

Album storico, in ogni senso. Ascoltate a distanza di più decenni, le sonorità spasmodiche, le esasperazioni e distorsioni elettroniche non riescono a comunicare la carica del progetto de-evolutivo del gruppo di Akron in un contesto di segno opposto, ovvero il boom dei Ramones e di Blondie. Nemmeno i Talking Heads, contemporaneamente prodotti dal medesimo Brian Eno, osano sfidare il pubblico con Mongoloid, Space Junk, un’isterica Satisfaction.

La teoria sulla disumanizzazione della società americana, prevista da Jerry Casale e Mark Mothersbaugh, elaborata fin dal 1972 alla Kent University, scuote l’ambiente musicale.

Generation X

Cresciuti nel giro dei Sex Pistols, il bassista Tony James e il chitarrista-cantante Billy Idol militano nei Chelsea (come Mick Jones dei Clash e Brian James dei Damned), poi formano una band col batterista John Towe e il chitarrista Bob Andrews. Il debutto esce nel momento in cui il punk è già sulla via del tramonto, perciò la band punta non poco su strofe e ritornelli cantabili: spicca Ready Steady Go.

Street-Legal

Dal suono grezzo e quasi punk di Hard Rain Dylan passa agli arrangiamenti barocchi di Street-Legal, in cui compare perfino un sassofono. È un album intriso di black music, sottovalutato e non compreso dalla critica al momento della sua pubblicazione. Che Dylan ci tenga lo dimostrano le due riedizioni: è stato rimixato e rimasterizzato nel 1999 e incluso nei quindici album ristampati in Super Audio nel 2003.

Third/Sister Lovers

Assistito dal produttore Jim Dickinson, Chilton realizza un disco di impronta ancora più personale, cupo, allucinato e nevrotico come il clima che circonda il gruppo in disfacimento: farà una breve comparsa nei negozi quattro anni dopo il concepimento, prima che la Rykodisc lo recuperi dall’oblio nel 1992. Holocaust (che sembra aver insegnato non poco ai Radiohead) è lo specchio più fedele dell’umor nero di Chilton, che si rifugia nel conforto delle cover (Kinks, Velvet e Jerry Lee Lewis) ma sfodera anche pop rock nervosi e di sapore antico come Thank You Friends e O Dana.

Darkness On The Edge Of The Town

Bruce narra l’uomo qualunque, quello lontano dalle leve del potere, che si sveglia la mattina al suono della sirena, lavora fino a sera e va a letto con la schiena a pezzi (come in Factory). Si serve dell’impatto emozionale del rock per creare dei ritratti di vita quotidiana di chi passa l’esistenza nell’angoscia che il proprio futuro non possa essere migliore di un presente fatto di sudore e sacrificio (in Badlands).

L’unica ancora di salvezza sembra essere l’amore per una ragazza, un anello d’oro e un vestito blu (in Prove It All Night). Springsteen compone canzoni descrivendo immagini di grande dignità della classe operaia, tanto vere quanto difficili da cantare. Il pubblico apprezza la sua sincerità e segue Bruce con grande devozione durante i suoi memorabili concerti.

Questo disco, come il precedente, contiene brani (oltre ai già citati anche Promised Land e la title track) che diventeranno dei classici del suo repertorio.

Music For Films

"Quest’album è una compilazione di miei lavori degli ultimi due o tre anni. In gran parte inediti. Alcuni intesi specificamente come colonna sonora, altri invece adattati a quello scopo." Diciotto frammenti, con l’intervento dei collaboratori (Percy Jones, Phil Collins, John Cale e altri) che già avevano aiutato in Before And After Science.

Crazy Moon

Dopo esser stati coinvolti da Neil Young nell’album requiem per Whitten, Tonight’s The Night (1975), Molina e Talbot trovano un valido sostituto all’amico scomparso in Frank Sampedro, che si rivela subito un eccellente chitarrista ritmico. I nuovi Crazy Horse accompagnano Young nello splendido Zuma (1975) e in qualche episodio di American Stars ‘n’ Bars (1977), per poi dedicarsi a quello che si rivela il loro disco migliore dopo Crazy Horse.

Il trio si avvale dell’aiuto sporadico di Greg Leroy, Barry Goldberg, Bobby Notkoff, Michael Curtis e Jay Graydon (tra gli altri), ma è la presenza di Young alla chitarra solista in alcune canzoni a fare la differenza sostanziale. D’altra parte questo è un momento magico per la collaborazione tra il "capo" e la sua band, quello di Rust Never Sleeps (1979) e Live Rust (1979). La ristampa su CD contiene sette inediti, ripescati negli ormai cospicui archivi della band.

Backless

Stessa formula, stesso produttore (Glyn Johns), un team di musicisti praticamente identico (Carl Radle, Dick Sims, Jamie Oldaker — manca solo Mal Collins al sax). Il repertorio non riscuote lo stesso successo, anche se ci sono brani come Tulsa Time, Promises, e un paio di rarità di Bob Dylan scritte con Helena Springs.