Low

Esce il film L’uomo che cadde sulla terra, ma il richiamo del cantante al botteghino non è quello sperato. Consunto e confuso, l’artista Bowie torna a reclamare alla star Bowie il proprio spazio vitale: armi e bagagli vengono portati nella fatidica Germania, dove in un ormai leggendario "periodo berlinese" il cantante torna a cavalcare l’avanguardia.

Al punk risponde con un ansioso disco elettronico, non del tutto compiuto ma attraversato da folate affascinanti: Speed Of Life, Always Crashing In The Same Car, Be My Wife, What In The World. Ma più che le canzoni colpiscono gli inquietanti sottofondi strumentali ispirati dalla frequentazione di Brian Eno.

This Is The Modern World

Troppa fretta e troppo impeto non giovano ai Jam, che al secondo album si attorcigliano un po’ su se stessi. Weller sferra un paio di unghiate feroci (The Modern World, Standards), svela già una certa raffinatezza di scrittura (I Need You) e interpreta con baldanza giovanile In The Midnight Hour di Wilson Pickett. Ma troppe canzoni (soprattutto il paio firmate dal bassista Foxton) non si sollevano dall’anonimato.

In The City

Da Woking, cintura di Londra, Paul Weller, Bruce Foxton e Rick Buckler infiammano il mod revival: capelli corti, cravattino e chitarre di marca rigorosamente Rickenbacker. Il disco di debutto è grezzo, magari poco personale ma attraversato dalla corrente elettrica del punk rock imperante (Art School, la title track). Beat e r&b la fanno da padrone, la ripresa anfetaminica del Batman Theme televisivo è un omaggio ai Sixties e agli Who, Slow Down era nel repertorio dei primi Beatles, Away From The Numbers fa già capire che Weller non ci sta a restare nascosto nel gruppo.

Donovan

Interrotto il lungo rapporto con la Epic, lo scozzese viene accolto presso l’etichetta del suo vecchio produttore Mickie Most, il quale porta il suono verso un rock meno arrangiato e più duro, con qualche minima traccia di punk.

Tecadisk

Disco di ballabili (molto spesso in senso lato) cantati in inglese. Operazione studiata molto a tavolino: il coinvolgimento del ragazzo della via Gluck è scarso. Anche per le distrazioni date dai sempre più numerosi successi cinematografici (negli anni ’70 è uno degli interpreti che garantisce a priori il successo di una pellicola).

My Aim Is True

Un album capace di unghiate graffianti (l’offensiva antifascista di Less Than Zero) ma anche di squisitezze melodiche ignote ai suoi coetanei (Alison, pietra di paragone per tutta la sua produzione successiva).

La ristampa più recente di questo e di molti dischi successivi (Demon/Edsel in Gran Bretagna, Rhino negli Usa) aggiunge al programma originale un secondo CD di demo, alternate take, brani dal vivo e rarità del periodo (tra i bonus, in questo caso, figura anche una cover di I Just Don’t Know What To Do With Myself di Burt Bacharach), scrupolosamente annotati nelle note di copertina redatte ex novo dallo stesso musicista.

Slowhand

Clapton ha ormai cambiato pelle ed è l’idolo dei giovani adulti benestanti, non più dei cercatori di forti emozioni super blues. Qui indovina il repertorio, con alcuni brani che saranno fissi nella sua scaletta per anni: da Mean Old Frisco a Lay Down Sally, da Cocaine (J.J. Cale) alla ballatona melodica di Wonderful Tonight.

Before And After Science

Eno chiude il suo periodo "canzonettistico" con l’album forse migliore, illuminato da belle canzoni come No One Receiving, King’s Lead Hat, la struggente By This River.

Una felice idea di canzone d’autore non seriosa ma spumeggiante, con folgoranti testi che amano gli spazi ridotti e paiono haiku giapponesi. Nella prima edizione del disco 4 disegni a colori di Peter Schmidt, suggestivi squarci di una realtà senza la presenza umana che dice qualcosa del percorso musicale.

The Clash

White Riot e Complete Control sono concitate e febbrili come un reportage dal fronte, Garageland è una appassionata dichiarazione di identità, Police & Thieves (di Junior Murvin) il prototipo di una mistura reggae-rock incendiaria come una molotov. L’edizione americana (Epic, 1979) scompagina la scaletta originale ma include altre pietre miliari: il rock fuorilegge di I Fought The Law e (White Man)In Hammersmith Palais, altra irresistibile incursione nella musica giamaicana.

1977

l titolo del disco non è un omaggio alla data di pubblicazione di The Clash e Never Mind The Bollocks, bensì l’anno di nascita di Wheeler e del bassista Mark Hamilton. Nonostante la giovane età, la band confeziona un riuscitissimo tentativo di sposare melodie pop e sonorità punk. Godibile e a tratti entusiasmante, con due singoli-capolavoro come Girl From Mars e Oh Yeah.

Boomtown Rats

Un esordio in piena epoca punk per la band irlandese, guidata dall’ex giornalista rock Bob Geldof: contiene i brani dei primi due 45 giri (Looking For No.1 e Mary Of The Fourth Form, entrambi in classifica), nervosi, aggressivi, tirati ma il resto del disco è rock più classico, robusto, ispirato più agli Stones e alle ballate di rock urbano di Springsteen (Joey’s On The Street Again) che ai tipici canoni del punk.

Before We were So Rudely Interrupted

In piena era punk e grazie a un’idea di John Steel, i cinque (ex)ragazzacci della working class di Newcastle si ritrovano per rinverdire i fasti del passato. L’ultima volta era successo nel 1968 per un concerto natalizio a Newcastle.

Prodotto da Chandler e ancora segnato dalla vocalità prepotente di Burdon, dalle tastiere asciutte ed eleganti di Price e dall’onesta presenza di Hilton Valentine e John Steel, l’album propone una tipica scaletta Animals: da Lonely Avenue di Doc Pomus, cavallo di battaglia di Burdon, alle intense riletture della dylaniana It’s All Over Now, Baby Blue e di Many Rivers To Cross di Jimmy Cliff.

Simple Things

Carole volta pagina e ingaggia una rock band, i Navarro, per un album di rock soffice e radiofonico con molte chitarre e tematiche ambientaliste sviluppate in modo spesso superficiale. Gli oltre sei minuti di God Only Knows provocano qualche sbadiglio, Hard Rock Cafè è divertente ma troppo simile a La Bamba.

Figli delle stelle

Con un sound incredibilmente leggero e americano, Sorrenti sfonda grazie alla title-track, uno dei brani più disprezzati dalla critica italiana, ma a tutti gli effetti una gemma: l’unico brano di disco-music italiana degno di stare alla pari della produzione di Chic e Donna Summer. Il resto del disco purtroppo è contorno, pericolosamente vacuo, una ricerca della leggerezza (Donna luna) con pochi guizzi di livello.

Plastic Letters

Valentine lascia, ma arrivano Frank Infante (chitarra) e Nigel Harrison (basso). Il singolo Denis Denis diventa il primo hit del sestetto — in Gran Bretagna, paese che li ama e li adotta per primo. Il disco tuttavia sembra inciso in fretta, per la paura di non capitalizzare in un momento così favorevole per le nuove band di New York.