Carl & The Passions: So Tough

Il passaggio alla Reprise, con l’etichetta personale Brother, vede all’opera una band che non ha più l’innocenza Surf né le brillanti intuizioni di metà ’60 ma che fa del mestiere la propria forza. Le composizioni non sono né belle né brutte, e gli album testimoniano di una carriera che ha già offerto quasi tutto e prosegue per inerzia.

Carl&The Passion è il nome della vecchia band di Carl Wilson; per ragioni ignote due facciate dell’album sono le stesse di Pet Sounds, il che rende automaticamente le altre due molto inferiori.

CARLOS SANTANA & BUDDY MILES: Live!

Nel momento di massimo fulgore, Carlos Santana inizia una carriera parallela con una serie di album senza la band che porta il suo nome, cercando strade nuove a coltivare un certo jazz rock che lo intriga.

L’inizio è peraltro maldestro: Buddy Miles, il corpulento leader degli Express, già batterista della Electric Flag e della Band Of Gypsys con Hendrix, è musicista piuttosto rozzo e lontano da certe "illuminations" del nostro uomo.

La collaborazione è così mediocre e viene presto dimenticata.

Catch Bull At Four

Il quarto LP per la Island non vanta canzoni passate alla storia ma è il disco di maggior successo (primo nelle classifiche americane, secondo in Inghilterra), che sfrutta la scia dei due precedenti ma anche una certa lucidatura del prodotto, molto professionale e ben confezionato.

Lavoro più ambizioso, ispirato alla disciplina Zen, primo segno di un approfondimento creativo ma anche personale, che presto porterà l’autore lontano dal pop e dalla grande ribalta.

Holland

In un tentativo di rinnovamento artistico la band si trasferisce in Olanda dove allestisce dei nuovi e costosissimi studi di registrazione, dai quali esce un disco che unisce ambizione e sperimentazione, entrambe poco riuscite.

Si salvano Sail On Sailor e la concept suite California Saga.

Clear Spot

Per una grande etichetta come la Reprise escono due LP un po’ più accessibili, che provano a percorrere sentieri rock blues un po’ più lineari del solito. Il tentativo, evidente, è quello di arrivare al grande pubblico ma Beefheart non è bravo con i compromessi e preferisce azzerare la carriera e ricominciare da capo in Inghilterra, dove le condizioni sono più favorevoli.

#1 Record

I Big Star anticipano i tempi con una sfilza di radiose melodie power pop (Ballad Of El Goodo), taglienti simmetrie "chitarristiche (In The Street) e malinconici brindisi all’adolescenza e al rock and roll (Thirteen). Disastro commerciale, ma trionfo artistico.

ANTONELLO VENDITTI/FRANCESCO DE GREGORI: Theorius campus

La It di Vincenzo Micocci dà a lui e a De Gregori l’opportunità di incidere un disco in due: più intimista e dylaniano De Gregori, più estroverso e popolare Venditti, che conquista subito la hit-parade con Roma capoccia, che inaugura la sua personale e a tutt’oggi ininterrotta elegia della romanità.

At Crooked Lake

Talbot e Molina restano i punti fermi dei Crazy e cambiano di nuovo formazione, questa volta con i fratelli Rick (voce, chitarre) e Michael Curtis (voce, tastiere, chitarre) e il superstite Greg Leroy (voce, chitarra solista). Da segnalare la presenza in due canzoni di Sneaky Pete Kleinow, il celebre steel guitarist dei Flying Burrito Brothers, e il cameo dell’ex Rockets Bobby Notkoff.

Il suono è più elettrico che in Loose, c’è molta energia, ma i guizzi di creatività sono pochi e i Crazy Horse non sembrano neppure più gli stessi.

Earthspan

La normalizzazione della famiglia freak scozzese prosegue con un disco meno convincente del precedente, marcato dalla voce e dal songwriting del nuovo arrivato LeMaistre: quasi irriconoscibile quando gioca la carta del pop orchestrale o della ballata soft jazz (Restless Night), il gruppo recupera un po’ di credibilità col violino appalacchiano di Black Jack David (seconda versione) e nella ballata folk Banks Of Sweet Italy, canto del cigno di Licorice.

Eagles

All’esordio discografico, la più famosa e sopravvalutata band californiana propone uno stile abbastanza consueto, un country folk con qualche inclinazione rock (Take It Easy, Peaceful Easy Feeling). Train Leaves Here This Morning è di Gene Clark, Take It Easy e Nightingale portano la firma di un giovane Jackson Browne.

Aria

Italo-inglese nato a Napoli nel 1950, debutta con un disco nel quale molti rivedono la stessa ispirazione del Tim Buckley di Starsailor. Evoluzioni vocali impressionanti e un susseguirsi vorticoso di mood psichedelici e acustici, nonché il non trascurabile apporto di Jean Luc Ponty nella lunghissima suite Aria fanno di questo disco un classico del pop italiano ma gli guadagnano anche il rispetto della critica internazionale.

Jammin’ With Edward

Nonostante la straordinaria popolarità acquisita con i Rolling Stones, Mick Jagger non abusa del suo ruolo di superstar e soprattutto pare non avere grandi ambizioni solistiche. Per oltre vent’anni dall’esordio in scena, gli unici dischi che portano il suo nome sono due dimenticate colonne sonore (in cui firma alcuni brani ma ha ruoli da protagonista nei relativi film), e un disco leggendario ma non troppo riuscito: una jam di studio dei tempi di Let It Bleed che lo vede al fianco di Ry Cooder, Nicky Hopkins e i due compagni Wyman e Watts. 

 

Aerosmith

Una delle colonne dell’hard rock americano debutta con un album che pesca a piene mani dal blues, con la voce di Steven Tyler che duella con i riff brucianti di Joe Perry. Il suono è acerbo, ma di temperamento, sviluppato in oltre tre anni di gavetta nei locali tra New York e Boston. Il rifacimento di Ruphus Thomas Walkin’ The Dog è credibile, ma sono Mama Kin e la ballata Dream On iniziano a fornire i primi indizi di una band dal futuro stellare.

The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars

Concept album ambizioso quanto stupefacente, saggio da primo della classe sul rock’n’roll, poema glamour, album con cui è impossibile non fare i conti che lancia un nuovo personaggio, Ziggy l’alieno.

Dieci canzoni brillanti, pochissimi passaggi a vuoto, un disco colmo di idee che una produzione brillante mantiene fresco e leggero (salvo forse nella conclusiva, melodrammatica Rock’n’Roll Suicide).

Nel 2002 una 30th Anniversary Edition in doppio CD, con bonus.

Vol. 4

Ancora riff. Ancora urla strazianti. E ancora canzoni sulla droga (Snowblind), un po’ per continuare a scandalizzare i benpensanti, un po’ perché l’ispirazione latita e bisogna scrivere di ciò che si conosce. Cominciano a intravedersi netti limiti compositivi — Iommi cerca di mascherarli con incursioni nel blues.

Loose

Il nucleo primitivo dei Crazy Horse si riduce al binomio Talbot/Molina, visto che Whitten non è più in grado di suonare a causa dei suoi problemi di tossicodipendenza. I due decidono comunque di andare avanti e dopo aver convocato qualche amico del loro giro — l’ex Rockets George Whitsell (voce, chitarre), Greg Leroy (voce, chitarre), John Blanton (voce, tastiere) — pubblicano un secondo album molto più debole, che non si discosta molto dai clichés del folk rock californiano dell’epoca.

Rhymes And Reasons

Ancora una prova di classe, su coordinate analoghe al disco precedente. L’hit single di stagione è Been To Canaan, raffinato melange di percussioni latine e armonie gospel jazz, Come Down Easy gioca su delicati incastri orchestrali, Bitter With The Sweet è spinta dal propulsivo basso fusion di Larkey e Goodbye Don’t Mean I’m Gone aggiunge steel guitar e coloriture country.

Machine Head

Oltre al celeberrimo riff di chitarra di Smoke On The Water, il disco contiene le formidabili Highway Star, Space Trackin’ e Never Before, che dimostrano il talento compositivo del gruppo e confermano Ritchie Blackmore, come uno dei modelli da imitare della chitarra rock. L’intera band appare imbattibile nei rispettivi ruoli ed il successo crescente ha persino imposto la nascita di una propria etichetta discografica.

Sorrenti Alan

Non Disponibile

Cantautore italiano nato a Napoli il 9 dicembre 1950.

Artista dalla carriera controversa e non povera di svolte, si affaccia nel panorama musicale italiano agli albori degli anni Settanta, con un rock sperimentale e progressivo decisamente marcato dall’influenza oltreoceano di Tim Buckley.

Esordisce nel 1972 con l’album Aria, raggiungendo tuttavia la celebrità definitiva solo in occasione della svolta musicale dance: ad essa si deve il suo successo più noto, Figli delle stelle, risalente al 1977.

Vincitore del Festivalbar e classificatosi sesto all’Eurofestival del 1980, Alan Sorrenti è tuttora in attività con un totale di tredici album e collaborazioni d’eccezione alle spalle.