Ain’t Love Grand

Il quartetto ingaggia il produttore metal Michael Wagener (Motley Crue, Great White), che provvede a confezionare un disco cromato ma ipertrofico nei suoni di chitarra e batteria. Non convincono, questi X dai muscoli gonfiati artificialmente: con un paio d’eccezioni, la maliziosa ballata My Goodness e il bel rock corale di Burning House Of Love (danneggiato però dal magniloquente arrangiamento). Tra le quattro aggiunte dell’ultima edizione, anche la roboante cover di Wild Thing dei Troggs.

Beyond And Back — The X Anthology

Quarantacinque selezioni che sono soprattutto una miniera per fan, tra demo, singoli, live e rarità (due pezzi, uno dei quali inedito, da The Unheard Music, docu-film di culto sulle origini del gruppo). Ci sono Wild Thing (prima dell’inclusione sulla ristampa di Ain’t Love Grand), un pugno di belle outtake dai primi dischi e ottimo materiale dal vivo (anche per la qualità d’incisione) recuperato da un concerto dell’82 al Country Club di Los Angeles.

Hey Zeus!

Exene e John Doe, sentimentalmente separati, si producono in una serie altalenante di prove soliste. Quando tornano in azione con il vecchio marchio non riescono però a nascondere le rughe: nessuno dei nuovi brani vale il vecchio repertorio, e non li aiuta una produzione alquanto anonima firmata da “Tony Berg.

Live At The Whisky A Go-Go On The Fabulous Sunset Strip

Giocando in casa, la band non può fallire. E infatti l’esibizione è all’altezza, rende giustizia alla scioltezza chitarristica di Gilkyson e anche alle qualità nascoste delle (poche) selezioni da Ain’t Love Grand. Le acustiche Skin Deep Town e So Long (Woody Guthrie) servono a rimarcare il legame con le tradizioni. La versione CD, singola, omette tre brani rispetto all’edizione in vinile.

Los Angeles

Un cantante/bassista carismatico che ci tiene a passare per uno qualunque (di lì il nome d’arte di John Doe), una poetessa beatnik, un batterista “All American boy” e un chitarrista rockabilly cresciuto alla corte di Gene Vincent: gli X regalano al punk californiano un inno (Los Angeles), titoli che sono racconti in miniatura (Your Phone’s Off The Hook,But You’re Not; Johnny Hit And Run Paulene; Sex And Dying In High Society; The World’s A Mess, It’s In My Kiss), un senso di prospettiva storica che manca al resto del “movimento”. La rabbiosa cover di Soul Kitchen dei Doors rende omaggio ai re anni ’60 del Sunset Strip (la via dei locali losangelini), Ray Manzarek ricambia producendo e guarnendo col suo Farfisa i momenti più quieti del disco, Nausea e The Unheard Music. Cinque bonus (demo, prove e “rough mix”) nella ristampa Rhino del 2001.

More Fun In The New World

La “reaganomics” del presidente Usa spolpa le classi meno abbienti, la gioventù punk si è già bruciata e gli X reagiscono con un disco che, fin dal titolo, promette divertimento e spensieratezza. Così è, tra un Woody Guthrie versione XX secolo (The New World) e la ripresa di un vecchio classico di Jerry Lee Lewis utilizzata per il film omonimo con Richard Gere (Breathless). Devil Doll, I See Red e True Love sventolano ancora la bandiera punk, Poor Girl semina il germe country, Drunk In My Past è uno strascicato rock blues, I Must Not Think Bad Thoughts riflette amaramente sugli orrori del mondo. Chiude True Love Pt.# 2, svagato potpourri a ritmo di funk che celebra le glorie della musica americana. Quattro demo/remix nell’edizione rimasterizzata del 2002.

See How We Are

Il nuovo chitarrista, l’ex Lone Justice Tony Gilkyson, è meno riconoscibile ma più versatile di Billy Zoom: quel che ci vuole per la svolta “roots” del quartetto, che in questo disco ingiustamente sottovalutato piazza due delle sue cose migliori: la vibrante autobiografia di See How We Are e una gran versione di 4th Of July, splendida ballata californiana firmata da Dave Alvin. Convincente anche il resto, tra il post punk di In The Time It Takes e la malinconia di When It Rains… Come di consueto, la ristampa Rhino aggiunge nuove tracce: cinque, in questo caso.

The Best: Make The Music Go Bang!

Antologia doppia in 46 capitoli, in parte sovrapponibile alla precedente (sempre a cura della Rhino), ma con meno rarità per fan: copre anche l’ultimo periodo della produzione e include cinque inediti dal vivo, uno dell’80 e quattro del 1987.

THE KNITTERS: Poor Little Critter On The Road

L’altra faccia di Doe & Cervenka (con il fedele batterista DJ Bonebrake e Dave Alvin dei Blasters) è un disco neotradizionalista che aggiorna a cuor leggero il country di Merle Haggard (Silver Wings) e il folk di Leadbelly (Rock Island Line) aggiungendo begli originali in tema (la galoppante The Call Of The Wreckin’ Ball, una melodiosa Someone Like You) e riletture in chiave “rurale” di pezzi degli X (The New World, Love Shack).

Unclogged

Dietro il nuovo live, invece, c’è una bella idea: riproporre l’incendiario repertorio punk in formato elettroacustico, tra una Because I Do punteggiata da un vibrafono, una Unheard Music in abiti lounge, una I See Red western swing e una The World’s A Mess che richiama una milonga: un omaggio (spiega Doe nelle note di copertina) a Phranc, la prima cantautrice punk folk di Los Angeles.

Under The Big Black Sun

Sotto il grande sole nero di Los Angeles, metropoli inquinata anche mentalmente, si consumano vite dissipate, simboliche parabole umane di sesso, alcol e morte, perdizione e tentata resurrezione. Gli X le raccontano con linguaggio crudo ma consapevole, siglando uno dei capolavori “maturi” del punk rock: i ping pong vocali di John & Exene (The Hungry Wolf, Under The Big Black Sun) evocano una versione aggiornata e “dark” della coppia Paul Kantner/Grace Slick, raccontando di adulteri (Riding With Mary, Because I Do) e di rimpianti (Come Back To Me, elegia funebre con sax), la chitarra di Billy Zoom ingrana la sesta su Motel Room In My Bed, How I (Learned My Lesson) e Real Child Of Hell, The Have Nots è una esemplare ballata “blue collar”, Dancing With Tears In My Eyes una canzone anni ’40 recuperata da un disco di Leadbelly. Cinque le aggiunte nella ristampa Rhino.

Wild Gift

Manzarek è di nuovo alla console ma lascia tutta la scena a John Doe ed Exene Cervenka, capaci di disegnare ballate sottilmente inquietanti (White Girl) e punkabilly fulminanti (In This House That I Call Home), brucianti singulti rock (We’re Desperate) e beguine col distorsore (Adult Books), tenendo alta la temperatura in Universal Corner e Beyond And Back, ronzanti e malate odi elettriche alla città degli angeli caduti. Delle sette tracce aggiunte nell’ultima ristampa, due sono dal vivo.

X

Con il contributo di alcuni compositori esterni, il gruppo pubblica il decimo album, senza apportare nessuna modifica al songwriting, dimostrandosi al di fuori di ogni moda e orgoglioso di mantenere intatta la propria immagine di rock band radiofonica.

X

Tre anni di pausa dopo tanto lavoro, ma la montagna partorisce un topolino. La band si è seduta sul grande successo del disco precedente e tenta di fotocopiarlo. Fin dal singolo Suicide Blonde si percepisce la confusione e l’appagamento della band, dalla quale forse si pretendeva troppo.