T-Bone Burnett

Il poliedrico T-Bone è in pieno trip country-folk, come dimostra la sua contemporanea collaborazione con Elvis Costello (King Of America). Circondato da bei nomi vecchi e nuovi del circuito tradizionale (Jerry Scheff, Jerry Douglas, David Hidalgo dei Los Lobos), si dà al suono rustico e senza fronzoli di violini, fisarmoniche e chitarre acustiche allestendo uno dei migliori album “roots” del periodo. Tra le canzoni, una nitida cover della waitsiana Time e un pezzo (Annabelle Lee) di Bob Neuwirth, altro sodale ai tempi di Dylan.

T. V. Eye

Un buon disco dal vivo tratto dai concerti del 1977, registrato con due diverse band, una con David Bowie, l’altra con Scott Thurston, entrambe con la sezione ritmica dei fratelli Tony e Hunt Sales (poi con Bowie nei Tin Machine). In repertorio anche brani degli Stooges.

Tab

David Wyndorf, cantante/chitarrista è la mente su cui poggia questa band del New Jersey, che debutta con due EP di pura lava hard rock psichedelica, in un mistura lisergica di Iron Butterfly, Hawkwind e Motorhead. Nel secondo EP (reperibile in America solo nel 1993, ristampato su CD dalla Caroline), il linguaggio sonoro è così sperimentale, che si fanno chiamare Monster Magnet 25. Un duplice esordio che convince del tutto la critica.

Tabula rasa elettrificata

Un viaggio in Mongolia è il fattore che maggiormente (forse eccessivamente) influenza dal punto di vista sonoro e lirico un disco che clamorosamente li catapulta (anche se per una sola settimana) al numero uno in classifica. Le radio addirittura trasmettono un loro brano (Forma e sostanza). Il fatto è rilevante, anche se Ferretti è portato a commentare, con il titolo del brano che chiude il disco, M’importa ‘na sega.

Tago Mago

Il grande capolavoro dei Can e uno dei testi base della musica tedesca dei ’70. Lunghe com”posizioni derivate dall’avanguardia contemporanea, spontanee, improvvisate, rumoristiche, costruite su ritmi elettronici, con improvvisi picchi percussivi e qualche traccia di chitarrismo rock, sonorità ambient, sperimentazioni con nastri. Quando ci sono tracce rock più evidenti (come nei due brani iniziali, “Paperhouse e Mushroom) sono di una variante molto low-fi, stralunata, apparentemente sgangherata.

Taj

Per tutti gli ’80 Taj Mahal incide pochissimo, anche se tiene sempre una rispettabile media annuale di concerti dal vivo. È l’industria discografica che gli chiude le porte, dpo avere accertato che non può manipolarlo più di tanto; e il pubblico che pare lontano dalla sua fusion di blues più rock più Africa più Caraibi, che in realtà si rivelerà profetica. Uniche eccezioni in tutto il decennio sono questa dignitosa raccolta di brani nuovi, dove torna alla sua musica preferita, e le due antologie che seguono, dedicate all’infanzia.

Taj Mahal

Eclettico cantante, chitarrista e armonicista, Henry Saint Clair Fredericks (1942) dopo varie esperienze debutta come solista. È un artista atipico: uno dei pochi neri a frequentare la scena rock hippie di San Francisco, uno dei rari appassionati di blues a non coltivare lo stile moderno, Chicago e dintorni, ma la musica anteguerra del Delta originale. Questo debutto è un po’ acerbo ma già molto interessante, con l’aiuto di musicisti come il giovane Ry Cooder e quel Jesse Ed Davis, chitarrista e pianista, che sarà un collaboratore importante nei primi anni di carriera. Mahal timidamente firma un solo brano, affidandosi per il resto a Sleepy John Estes e Willie McTell, a Robert Johnson e Sonny Boy Williamson.