Open

Il disco più energico e psichedelico dei canadesi, magmatico, tenebroso e zeppo di chitarre acide (Dragging Hooks, Dark Hole Again, già offerta in anteprima in concerto). Ma ci sono anche ballate maestose (Bread And Wine) e celestiali (Beneath The Gate), e un sorprendente riff rubato agli Allman Brothers (I’m So Open).

O.G. Original Gangster

L’apice della carriera del signor Marrow, almeno sotto il profilo musicale, dal momento che ulteriore gloria lo aspetta sul grande schermo. Il brano New Jack Hustler segna il confine tra le due carriere, dal momento che è tratto dalla colonna sonora del film New Jack City, di cui Ice-T è protagonista. Oltre a rivendicare nella canzone Original Gangster la primogenitura sul genere, il rapper punteggia i racconti della dura vita nel ghetto di South Central con inedite analisi sociali. Per la prima volta un suo 33 giri si affaccia tra i venti più venduti negli Stati Uniti, raggiungendo la quindicesima posizione.

On Every Street

Ultimo disco in studio per la band inglese, che a questo punto band non è più ma soltanto un redditizio passatempo per Mark Knopfler, sempre più interessato ad altre cose.

Il risultato è un disco molle, vendutissimo solo per inerzia, che passa in rassegna più stili con molto mestiere e pochissimo entusiasmo. Calling Elvis non sarebbe stato così famoso se l’avesse suonato J.J. Cale, magari anche meglio.

Ogden’s Nut Gone Flake

Con i Who, una delle band più importanti della cosiddetta corrente mod. Nati nel 1965, Small Faces (anche il nome fa riferimento allo slang dei giovani arrabbiati londinesi) è il quartetto formato da Steve Marriott (chitarra), Ronnie Lane (basso), Ian McLagan (tastiere), Kenny Jones (batteria). La loro musica unisce rock, pop, beat, R&B, psichedelia e anche qualcosa di pre-progressivo, in una combinazione originale e inedita per la scena inglese. Dopo un primo LP per la Decca (con Watcha Gonna Do About It e Sha-La-La-La-Lee), la band passa alla Immediate, dove trascorre il periodo più produttivo, che manda in cronaca alcune delle più belle canzoni di quegli anni, tutte firmate dalla formidabile coppia Marriott/Lane: All Or Nothing, My Mind’s Eye, My Way Of Giving, Itchycoo Park, I’m Only Dreaming, Tin Soldier, Here Comes The Nice, Lazy Sunday. Se i primi due LP erano raccolte di canzoni a 45 giri, Ogden’s, pubblicato in un’originale e famosa confezione rotonda, a imitazione di una scatola di tabacco (resa ancor meglio nella ristampa CD, in una vera scatola di latta) è un ambizioso concept di psichedelia progressiva, che riassume tutta la careatività del gruppo e riscuote l’approvazione della critica (che parlerà di uno dei più interessanti prodotti usciti sulla scia del Sgt.Pepper) e del pubblico (sarà numero uno in Inghilterra). Tutti e tre gli LP sono ora disponibili su CD con brani aggiunti: in particolare il primo disco Immediate è stato ora ampliato su doppio CD (Sanctuary, 2002) con le versioni mono e stereo, e molte bonus. A contorno della storia discografica dell’epoca vanno citate anche le antologie From The Beginning (Decca, 1967), raccolta di inediti del primo periodo, The Autumn Stone (2LP) e In Memoriam (entrambi Immediate 1969), con 45 giri, inediti di studio e mediocri nastri dal vivo. All’epoca interessanti, sono ora superate dalle recenti operazioni discografiche. Qui termina la discografia originale del gruppo, che negli anni diventerà caotica e confusa oltre il ragionevole. Da subito coinvolti in complesse vicende contrattuali e di management, e poi anche nel fallimento dell’Immediate, gli Small Faces si separano nel 1969, quando Marriott si unisce agli Humble Pie (i tre compagni formeranno poi i Faces, Jones e McLagan suoneranno anche con gli Who del dopo Moon). Per complicate vicende legali, il catalogo Immediate passerà negli anni di mano in mano e le loro canzoni verranno vendute in mille maniere diverse senza che ai musicisti vengano corrisposte le dovute royalties.

Once Upon A Time

Pochi dischi di grande successo sono stati così odiati dai fan. La band evita di includervi la prima pietra dello scandalo, il brano di Keith Forsey Don’t You (Forget About Me) incluso nel film Breakfast Club (e rifiutato da Brian Ferry), hit mondiale ben eseguita ma in odore di pop e commercializzazione. Il tratto più evidente è la ricerca della coralità (smaccata in Alive And Kicking) in un LP in cui Kerr insegue l’afflato di Bono, Burchill quello di The Edge, e McNeill impacchetta il tutto con zuccherose tastiere. La base ritmica, forte del nuovo bassista John Giblin, picchia — ma il suono non è mai rock, al più è pop da stadio. Eppure, il disco, colorato (da Jimmy Iovine) quanto il precedente era in bianco e nero, ha una sua epica intensità, grazie anche alla preziosa voce della corista Robin Clark. Con grossa sorpresa di chi li conobbe nel 1980, i Simple Minds risultano la band perfetta per il Live Aid.