I Against I

Il gruppo, reduce da un periodo di stop, ha abbassato i giri e gioca di più con gli stili. Di hardcore in senso stretto c’è poco. In mezz’ora si rende fertile un terreno di frontiera tra funk, metal, new wave e melodie come quelle di Re-Ignition e Sacred Love (per questa il cantante ha dettato delle parti vocali via telefono dal carcere in cui era). Gettando i semi di tendenze contemporanee e future, dal nuovo black rock dei Living Colour ai fenomeni vari del Crossover. Produce Ron St. Germain.

I Ain’t Marchin’ Anymore

È il naturale sviluppo del disco d’esordio. Draft Dodger Rag e I Ain’t Marchin’ Anymore diventano inni del movimento contro la guerra in Vietnam nonostante siano bandite da radio e televisione. Nel 1965 Joan Baez porta comunque nei Top 50 una delle sue più ispirate canzoni, There But For Fortune.

I Am

Il secondo omaggio all'”Avatar” scomparso nel 1969 propone brani a tema (la leggiadra O’ Parvardigar che adatta in musica la sua preghiera universale) e altri “work in progress”: tra questi una lunghissima (quasi 10 minuti) versione strumentale di Baba O’Riley dei Who dove Townshend suona anche la batteria. Ancora in vista gli ospiti: Caleb Quaye ispessisce il tessuto chitarristico della sincopata Forever’s No Time At All, Ron Wood ricama di contrappunto nell’intricato ma fluido strumentale His Hands.

I Am… The Autobiography

Tra il secondo e il terzo album c’è stato tempo per un altro exploit in classifica, registrato dalla pacchiana opera in trio The Album (Interscope, 1997, &Stelle=1;), in cui il signor Jones si è firmato Nas Escobar per un narcotraffico di rime in compagnia di Foxy Brown e Nature. Il ritorno solista rinnova la leadership in classifica, ma suona farraginoso e sovraccarico di presunzione mistico — filosofica. Non mancano tuttavia i brani importanti, con Nas Is Like, N.Y State Of Mind e You Wan’t See Me Tonight a guidare la schiera. Il trono di miglior rapper di New York comincia a scricchiolare, anche perché sulla ribalta, dopo la scomparsa di Biggie Small nel 1997, si è affacciato l’aggressivo Jay-Z.

I borghesi

Disco in studio che in effetti contiene le canzoni incluse nella seconda versione de Il signor G (non a caso con l’avvento del formato CD gli album sono venduti insieme). Il pezzo che dà il titolo al disco è emblematico di come Gaber non intenda risparmiare colpi durissimi.

I buoni e i cattivi

Uno dei cinque-sei dischi in grado di spiegare l’Italia degli anni ’70. A fianco di un beffardo teatrino orchestrale (In fila per tre) e della recuperata Un giorno credi, emerge il Bennato più stupefacente.

Armato di chitarra, tamburello a pedale, armonica e un caustico kazoo, ironizza con ferocia sulla borghesia e le istituzioni (La bandiera, Ma che bella città) ma pesta i piedi anche alla sinistra militante: ce n’è per il PCI (Facciamo un compromesso) e per le Brigate Rosse (Arrivano i buoni).

In un pressoché inedito clima di blues-rock acustico, in controtendenza con l’ondata “progressiva” del periodo, Bennato sigilla il disco col suo pezzo più sarcastico, Salviamo il salvabile.

I campioni siamo noi

Eccellente band da singolo, gli Statuto impreziosiscono la raccolta dedicata ai primi vent’anni della loro carriera con una nuova versione di Abbiamo vinto il Festival di Sanremo, con una registrazione live di Io Dio (singolo pubblicato agli esordi) e sopratutto con l’inedita I campioni siamo noi, bella e commovente canzone dedicata agli operai della Fiat, i cui diritti Siae vengono destinati al fondo per i lavoratori cassintegrati o licenziati. I 22 brani di questa antologia raccontano il meglio della carriera di un gruppo pop nel senso migliore del termine: dall’amara Solo tu solo tu alla quasi boccaccesca Saluti dal mare, dalla splendida melodia di Se stiamo in tre al ritratto urbano di Ghetto.

I Can Hear The Heart Beating As One

Molto ma anche poco rimane da dire su di una band che può essere ciò che vuole, che in Moby Octopad dissimula il nocciolo jazz in una circolare psichedelica, in Sugarcube il cuore folk dentro la trafila noise e in Little Honda (dei Beach Boys), non nasconde l’araldica Loureediana. Cognizione del rock e versatilità: agli Yo La Tengo non mancano mai. Un passo ancora e ci siamo.