‘Bout Changes ‘n’ Things

Basterebbero tre canzoni a farne un piccolo capolavoro — Thirsty Boots (dedicata a Phil Ochs), I Shall Go Unbounded, Violets Of Dawn — ma tutto il disco testimonia l’avvenuta maturazione di un talento che fa di Andersen uno dei migliori cantautori americani della sua generazione. La scrittura raffinata — citiamo appena il primo verso di Violets Of Dawn — non è mai puro esercizio formale, ma specchio fedele di una sensibilità poetica non comune.

‘Bout Changes ‘n’ Things Take 2

Stesse canzoni, stesso ordine, ma arrangiamenti elettrici, ispirati senza dubbio dall’inquietudine musicale di Bob Dylan, della cui piccola corte Andersen è entrato subito a far parte. Tra i nomi dei musicisti coinvolti nelle session spicca quello di Debbie Green, la giovane e affascinante folksinger che Andersen ha sposato.

A Country Dream

La “svolta country” dei Byrds e di Bob Dylan fa scuola: le session di questo album, prodotto da Jack Lothrop e suonato da una piccola band nashvilliana, si tengono a Madison, in Tennessee. Nel morbido suono creato da Andersen con Norbert Putnam, Andy Johnson, Kenny Buttrey, David Briggs, Weldon Myrick e Charlie McCoy sono le premesse di opere come “Eric Andersen” e “Blue River”. Significative le cover di (Sitting On) The Dock Of The Bay di Otis Redding e di uno standard del country come Lovesick Blues, il primo grande successo di Hank Williams.

Avalanche

Prodotto con Jerry Goldstein è un ritorno parziale a sonorità più elettriche e urbane ed è come se in questi anni Andersen non possa evitare di oscillare tra il rock, il folk e il country senza sapere cosa veramente vuol fare. La canzone più memorabile in un disco a volte imbarazzante — vedi il richiamo agli anni ’30 di An Old Song e della stessa Avalanche — è For What Was Gained, una lunga e commossa elegia per un giovane morto nella guerra in Vietnam, una delle sue rare pagine “civili”.

Be True To You

I nastri di Stages, destinato a consolidare il successo di Blue River, vengono misteriosamente smarriti dalla Columbia. Andersen segue Clive Davis nella sua nuova avventura, la Arista, e riprende per l’occasione molte canzoni del “disco perduto”. La produzione di Tom Sellers e la presenza di ospiti come Joni Mitchell e Jackson Browne non bastano a salvarlo del tutto.

Beat Avenue

Uno dei suoi progetti più ambiziosi: il primo CD ha un andamento classico — con canzoni splendide come Shape Of A Broken Heart — il secondo propone il lungo poema Beat Avenue (26 minuti), ispirato dal ricordo del giorno dell’assassinio di John Kennedy a Dallas e “recitato” da Andersen sulla musica composta dal produttore Robert Aaron, e un avvolgente blues intitolato Blue Rockin’ Chair.

Blue River

Il discorso riparte da Eric Andersen, ma questa volta il timone è tra le mani di Norbert Putnam, che guida un team già collaudato e imprime all’album un suono ancora più caldo e sensuale. Ed è il capolavoro, mirabilmente sospeso tra poesia, folk, gospel, soul, country e rock. La critica americana inserisce Andersen nella nuova ondata dei cantautori intimisti e crepuscolari del “dopo Woodstock” — James Taylor, Carole King, Joni Mitchell. Quest’ultima presta fra l’altro la sua inconfondibile voce al brano che dà il titolo al disco.

Collection

Un solo inedito, Sunshine And Flowers, per una raccolta del periodo Arista che ha comunque il merito di riproporre in versione rimasterizzata tre dei classici inclusi in The Best Songs: Violets Of Dawn, I Shall Go Unbounded e Thirsty Boots (registrate dal vivo al The Other End di New York).

DANKO/FJELD/ANDERSEN: Danko Fjeld Andersen

Un trio un po’ speciale, quello formato da Andersen con Rick Danko, il leggendario bassista e vocalist della Band, e il cantautore norvegese Jonas Fjeld per incidere alcuni brani per Stages. L’esperienza è così positiva che il trio decide di continuare a lavorare in pianta stabile, ottenendo positivi riscontri di critica e pubblico.

Eric Andersen

Il pendolo questa volta oscilla decisamente verso il country e il folk e i risultati di queste session nashvilliane prodotte da Paul Tannen con la stessa band di “A Country Dream” — It Wasn’t A Lie, Sign Of A Desperate Man, I Will Wait o Lie With Me — indicano come Andersen sia sempre più a suo agio quando tocca le corde del sentimento e della sensualità. Il mancato riscontro commerciale degli ultimi due dischi porta comunque alla chiusura del contratto con la Warner Bros.

Ghosts Upon The Road

Il successo di personaggi come Tracy Chapman e Suzanne Vega riapre i giochi per alcuni cantautori della vecchia guardia. Non è un caso che a produrre il disco del “grande ritorno” sia Steve Addabbo, uno degli artefici dell’affermazione di Suzanne Vega. Nel lungo brano che dà il titolo all’album, Andersen rievoca i giorni della giovinezza e del “folk boom”, ma anche in episodi come Trouble In Paris o Listen To The Rain dimostra di avere ancora parecchie cose da dire.

Istanbul

Colonna sonora dell’omonimo film del regista belga Marc Didden suddivisa in due facciate: una di brani strumentali, l’altra di canzoni. Un episodio isolato in una discografia imperniata soprattutto su quest’ultime.

Memory Of The Future

La vita sempre inquieta e vagabonda di Andersen finisce sempre e comunque per rispecchiarsi nella sua scrittura. Tra suggestioni di paesaggi italiani (Hills Of Tuscany), timori per il riaffacciarsi del nazismo razzista in Europa (Rain Falls Down In Amsterdam) e una storia americana (Chinatown), Andersen recupera anche When I’m Gone dell’indimenticabile amico Phil Ochs.

Midnight Son

Registrato in Norvegia con musicisti del luogo e distribuito soltanto in alcuni paesi europei, contiene brani un po’ di maniera e canzoni pregevoli come Come Runnin’ Like A Friend. o particolari come Norway, dedicata a quella che Andersen considera la sua seconda patria.