Beat Avenue

Uno dei suoi progetti più ambiziosi: il primo CD ha un andamento classico — con canzoni splendide come Shape Of A Broken Heart — il secondo propone il lungo poema Beat Avenue (26 minuti), ispirato dal ricordo del giorno dell’assassinio di John Kennedy a Dallas e “recitato” da Andersen sulla musica composta dal produttore Robert Aaron, e un avvolgente blues intitolato Blue Rockin’ Chair.

‘Bout Changes ‘n’ Things

Basterebbero tre canzoni a farne un piccolo capolavoro — Thirsty Boots (dedicata a Phil Ochs), I Shall Go Unbounded, Violets Of Dawn — ma tutto il disco testimonia l’avvenuta maturazione di un talento che fa di Andersen uno dei migliori cantautori americani della sua generazione. La scrittura raffinata — citiamo appena il primo verso di Violets Of Dawn — non è mai puro esercizio formale, ma specchio fedele di una sensibilità poetica non comune.

Blue River

Il discorso riparte da Eric Andersen, ma questa volta il timone è tra le mani di Norbert Putnam, che guida un team già collaudato e imprime all’album un suono ancora più caldo e sensuale. Ed è il capolavoro, mirabilmente sospeso tra poesia, folk, gospel, soul, country e rock. La critica americana inserisce Andersen nella nuova ondata dei cantautori intimisti e crepuscolari del “dopo Woodstock” — James Taylor, Carole King, Joni Mitchell. Quest’ultima presta fra l’altro la sua inconfondibile voce al brano che dà il titolo al disco.

Avalanche

Prodotto con Jerry Goldstein è un ritorno parziale a sonorità più elettriche e urbane ed è come se in questi anni Andersen non possa evitare di oscillare tra il rock, il folk e il country senza sapere cosa veramente vuol fare. La canzone più memorabile in un disco a volte imbarazzante — vedi il richiamo agli anni ’30 di An Old Song e della stessa Avalanche — è For What Was Gained, una lunga e commossa elegia per un giovane morto nella guerra in Vietnam, una delle sue rare pagine “civili”.

Sweet Surprise

Stesso produttore, stessa profusione di sessionmen e amici musicisti — David Mansfield, Ben Keith, Tom Scott — per un album abbastanza simile al precedente e comunque incapace di portare il nome di Andersen all’attenzione del grande pubblico.

Today Is The Highway

Salito alla ribalta in pieno “folk boom”, Andersen (1943) realizza un album ancora acerbo, ma in cui è possibile individuare il percorso che intende seguire. Folk, blues, suggestioni poetiche ispirate dagli amati poeti beat e una spiccata propensione a cantare d’amore segnano un esordio di notevole spessore.

‘Bout Changes ‘n’ Things Take 2

Stesse canzoni, stesso ordine, ma arrangiamenti elettrici, ispirati senza dubbio dall’inquietudine musicale di Bob Dylan, della cui piccola corte Andersen è entrato subito a far parte. Tra i nomi dei musicisti coinvolti nelle session spicca quello di Debbie Green, la giovane e affascinante folksinger che Andersen ha sposato.

Be True To You

I nastri di Stages, destinato a consolidare il successo di Blue River, vengono misteriosamente smarriti dalla Columbia. Andersen segue Clive Davis nella sua nuova avventura, la Arista, e riprende per l’occasione molte canzoni del “disco perduto”. La produzione di Tom Sellers e la presenza di ospiti come Joni Mitchell e Jackson Browne non bastano a salvarlo del tutto.

The Best Songs

Per chiudere il contratto, la Arista fa uscire un’antologia in cui quattro classici del periodo Vanguard — Thirsty Boots, Violets Of Dawn, I Shall Go Unbounded e Close The Door Lightly — vengono riproposti in nuove versioni dal vivo. Gli altri brani sono tratti da Be True To You e Sweet Surprise.

Collection

Un solo inedito, Sunshine And Flowers, per una raccolta del periodo Arista che ha comunque il merito di riproporre in versione rimasterizzata tre dei classici inclusi in The Best Songs: Violets Of Dawn, I Shall Go Unbounded e Thirsty Boots (registrate dal vivo al The Other End di New York).