… di terra

Completamente strumentale. Registrato con l’Orchestra dell’Unione Musicisti di Roma, asseconda le ambizioni classiche e jazzistiche dei fratelli Nocenzi, contrapponendosi al disco precedente e diffondendo tra i fan il sospetto che ci siano dissidi artistici con l’assente Di Giacomo. Rilevante anche l’adozione definitiva del nome semplificato già utilizzato in terra straniera (con tanti saluti al Mutuo Soccorso).

Banco

Approdato all’etichetta di Emerson, Lake & Palmer, interessatissimi al progressive italiano, il gruppo ripropone con testi inglesi (dovuti a Marva Jan Marrow) i brani salienti del proprio repertorio con due inediti, L’albero del pane e Corale.

Banco

È difficile per un gruppo storico mantenere la rotta mentre fuori infuria la tempesta techno-pop. Il Banco accetta il profilo festivalbaresco con Moby Dick, e cerca di mantenere la continuità con Pioverà e una Traccia che evoca i due episodi omonimi dei dischi precedenti. Intanto Gianni Nocenzi abbandona il gruppo per dedicarsi alla carriera solista (pubblicherà Empusa nel 1988 e Soft Song nel 1992).

Banco del Mutuo Soccorso

Una copertina storica (a forma di salvadanaio, con tanto di fessura), di quelle che rendono impossibile non guardare i compact disc con disprezzo. E un LP di analogo impatto, in cui Vittorio e Gianni Nocenzi (tastiere), Renato D’Angelo (basso), Pierluigi Calderoni (batteria), Marcello Todaro (chitarra), Francesco Di Giacomo (voce) non si negano niente: dalla martellante suite Il giardino del mago alla crudezza di immagini di R.I.P, dalle passeggiate col clavicembalo alle voci recitanti l’Orlando Furioso. È il debutto del progressive mediterraneo, con reminiscenze classiche e citazioni medievali e rinascimentali, risposta romana all’impostazione anglosassone della milanese Premiata Forneria Marconi.

Capolinea

Nel titolo c’è il nome del club milanese che ospita il concerto ma anche l’addio alla casa discografica che li ha svezzati e agli anni ’70, ripercorsi in un’ultima festa. Colpisce la professionalità acquisita dal gruppo, che sciorina i propri brani più celebri, da Il ragno a Non mi rompete.

Come in un’ultima cena

All’ombra della popolare Il ragno, un album stringato, quasi facile, che molti interpretano come il canto del cigno della vecchia formazione, e un tentativo di aumentare le fila del proprio pubblico sia in Italia che all’estero. Ma forse è la parabola del progressive che ha cominciato a declinare, come dimostrano i contemporanei lavori di colleghi inglesi più affermati (i Genesis senza Gabriel, Jethro Tull…). Dell’album viene realizzata anche una versione in lingua inglese (As In A Last Supper) con testi tradotti da Angelo Branduardi.

Darwin!

L’interesse attorno al gruppo è più che incoraggiante, e a pochi mesi dall’esordio esce il concept album, dedicato all’evoluzione — con fiera rivendicazione della laicità. Per molti è già il capolavoro del gruppo: al servizio dell’idea portante, entrano spunti ispirati dal jazz e dallo Stravinski primordiale, non trascurando un’occhiata al pop più commestibile con 750.000 anni fa… l’amore?

E via

Sorrisi, ammiccamenti, ostentazioni di mood positivo fin dalla copertina. Davvero difficile riconoscerli, e non solo per l’arrivo del sessionman tuttofare Gabriel Amato. La partecipazione a Sanremo con Grande Joe è l’emblema delle difficoltà di una generazione di musicisti nel confrontarsi con gli anni ’80. Seguirà un lungo, imbarazzato silenzio, interrotto solo dalla pubblicazione di Non mettere le dita nel naso (Ricordi, 1989) di Francesco Di Giacomo (prodotto da Vittorio Nocenzi e suonato fondamentalmente dal Banco: Nocenzi, Maltese, Calderoni…).

Il 13

Dopo otto anni, una cascata di materiale nuovo. Il disco è un frutto maturo, rigonfio di 15 brani e di una voglia vera di cimentarsi con strumenti e canzoni. I testi di Di Giacomo cercano evidentemente appigli per le nuove generazioni, ma gli strumentali di Vittorio Nocenzi sono riconoscibili a un miglio.

Io sono nato libero

Marcello Todaro è sostituito da Rodolfo Maltese (già negli Homo Sapiens), che si presenta sollevando Di Giacomo sui delicati arpeggi di Non mi rompete. È il brano più noto del BMS, alla cui leggerezza fanno da contrappeso le marce forzate con multipli cambi di tempo di Canto nomade per un prigioniero politico, La città sottile e Dopo… niente è più lo stesso. Una certa vocazione drammaturgica si fa strada nello stile del gruppo, la cui offerta di suoni (specie nei sintetizzatori) è una tra le più ricche e sbalorditive d’Europa.